Luna osservò Londra avvicinarsi dal finestrino dell’aereo in fase di atterraggio. Amava quel momento. L’aereo rallentava e quasi sembrava andare piano. Metteva a fuoco monumenti ed edifici che un attimo prima sembravano minuscoli, e dopo tornavano ad avere una dimensione accettabile.

Torse le cuffie da cui ascoltava la musica ormai da una mezz’oretta, perché Mike si era addormentato. Lo guardò a lungo, nemmeno l’atterraggio lo aveva svegliato. Nemmeno il pilota che annunciò le temperature e nemmeno i passeggeri che in tutta euforia scendevano coi loro bagagli dal velivolo.

«Mike…?» sussurrò Luna.
«Mike?» lo scosse appena.
«Mike!» esclamò infine, e gli fece fare un salto sul sedile, mentre ridacchiò un po’ imbarazzata.
«Scusami ma… non ti svegliavi. Siamo a Londra.»

Mike si accese. Era a Londra. Sognava da sempre di andarci, da quando aveva saputo che c’era un museo pieno di dinosauri e da quando aveva visto per la prima volta Harry Potter in TV.

«Tu sai come si va a casa di Jenny da qui?» azzardò, totalmente in balia degli eventi.

Luna annuì. La mamma di Jenny era stata davvero carina a lasciar loro le chiavi di casa. Le aveva detto di fare come a casa sua e di godersi il soggiorno col suo “nuovo fidanzato”. Luna allora provò a spiegarle che Mike era lontano dall’essere un fidanzato, ma la madre di Jenny, probabilmente traviata dalla figlia, non ne volle proprio sapere.
«Salutami il tuo fidanzato!» esclamò all’ultimo, salutandola nel suo accento british.

Luna e Mike, in aeroporto, furono tentati dal prendere un caffè gigante con donut annesso, e andarono spediti verso i mezzi. Casa della mamma di Jenny li attendeva, e Luna non pensava sarebbe stata così bella e accogliente. Nel centro di Londra, quartiere Mayfair, questa villetta a schiera non solo era comoda e accogliente, ma bella proprio.

Luna si sentì abbracciata dai toni caldi dell’arredamento e rimase sconvolta nel notare che c’erano due piani, due bagni, tre camere da letto e una sala con cucina open space immensa, con tanto di isola.
«Alla faccia della casetta londinese! Una villa del genere, qui, con tipo Hyde Park a duecento metri, penso che costi almeno 15 milioni di dollari.»
«E ce l’ha data gratis!»

Luna mollò le valigie lì all’entrata e corse al piano di sopra, da cui si vedeva un po’ del parco, anche se non troppo. Era in un sogno. Lontana da casa, respirava fuori da una finestra di Londra e si godeva la maturità che non era certa di aver raggiunto.

Mike Rise la seguì e la notò pensierosa. Era entrata nel vortice dei suoi pensieri, in quella serata uggiosa di Londra.
«Ehi, tutto bene?» le si affiancò. In qualche modo aveva imparato a conoscerla e capiva da ogni espressione i suoi momenti.
«Sì, solo… tu farai fisica all’università. Lo sai, sei sicuro, sei convinto, ti piace quella cosa. Jenny andrà all’Accademia di Teatro e integrerà con un paio di mesi di vacanza studio qui a Londra, per approfondire il canto. Arriverà a Broadway, ne sono certa. E io…? A me che piace fare? Sono mesi che il libro di quel ladro di racconti mi rapisce, mi cattura, non… non esco da lì. Non so davvero quale possa essere la mia strada. Mi sento… persa.»

Mike annuì e guardò anche lui il tramonto, dietro il parco.
«Credo che se non lo sai è perché hai davvero tantissime opportunità. Puoi fare quello che vuoi, Luna. Tutto quello che vuoi.»

Luna non fu soddisfatta della risposta ma sospirò e alzò le spalle. Del resto non era che Mike dovesse risolverle la vita in una frase; stava a lei capire che desiderasse davvero nella vita.
«Stasera intanto? Che facciamo?»
«Ah, per stasera ho deciso tutto io! Vestiti comoda, fatti bella, ti porto in un posto speciale.»

Luna non seppe bene interpretare come stare comoda ma anche bella, ma non era qualcosa che potesse metterla in difficoltà. Era una persona molto semplice da quel punto di vista. Si infilò un maglioncino corto a righe, sopra a jeans a vita alta e un paio di sneakers verde oliva. Zero trucco e una bella coda alta. Mike era pronto in tuta, coi pantaloni un po’ larghi e i capelli scompigliati. Si era messo un buon profumo però. Luna godette di quella fragranza camminando per i vicoli di Londra, illuminata come se fosse giorno.

Niente metro. Camminarono e basta: da Mayfair a Covent Garden dove cenarono in un ristorante carinissimo vicino al Palace Theatre. Poi dal ristorante attraversarono la China Town londinese e arrivarono in zona universitaria. Si fermarono per un drink e poi ripresero. In un’oretta arrivarono a Camden Town.

Era stupenda, affascinante e illuminata, con tutte le sue strane insegne lungo la via, e gente che continuava a ridere per strada. Si fermarono in un locale a sentire suonare il jazz. Luna si sentì nel posto giusto. A vagare, senza una meta, godendo della bellezza di Londra. Forse vivere non significava per forza avere una direzione precisa, una destinazione da raggiungere. La vita, così, a vagare nella bellezza, le sarebbe andata bene lo stesso.

«Sei pensierosa» le disse Mike camminando verso casa.
«Voglio leggere il racconto del mese, mi hai costretta ad aspettarti» incalzò lei, cercando il suo sguardo. Il cielo scuro si stava addensando di nubi e la pioggia era in arrivo.
«L’ho preso!» ridacchiò lui tirando fuori il libricino da dentro i pantaloni, incastrato nell’elastico in vita.
«Sei serio?» Luna rise forte.
«Oh, sì, volevo leggertelo nella notte londinese.»

Luna si avvicinò a lui e gli prese dolcemente una mano. Con l’altra si grattò una guancia e distolse lo sguardo, ma Mike cominciò il suo racconto godendo di quel gesto delicato.

Mi chiamo Camilla Carson e questo è il mio tema di maturità.
Mi hanno detto di non cominciare così un tema, ma è l’ultimo messaggio che posso lasciare a questa scuola e voglio che sia mio a trecentosessanta gradi. Il tema del tema dovrebbe essere “labirinto” e ho deciso che parlarvi di me non può essere che il modo più azzeccato. Se volete bocciarmi, fate pure, ma non credo lo farete. Dai, no, non fatelo. So scrivere decentemente, dai.

Mi chiamo Camilla Carson e volevo raccontarvi il labirinto strano della mia vita. Quando ci si sveglia al mattino, si va a scuola, si torna a casa, si studia, si cena, si guarda la televisione e poi si legge qualche romanzo fantasy, sembra che la vita sia in ordine, dettagliata, schematizzata, ben organizzata. È stato così per cinque anni.

Sono arrivata a scuola dopo un cambio città. Mi sono ambientata, ho conosciuto persone nuove, ho imparato a mangiare al molo come i pescatori di qui e dico “Terra in vistaaa!” come alcuni pazzi furiosi della bassa. Mi è sempre piaciuta, come esclamazione.

A caso, una volta aveva senso quando si vedeva davvero terra dopo una lunga navigazione. Ora, invece, semplicemente lo dico rientrando nel pianerottolo di casa dopo ore a studiare in biblioteca. Ho passato cinque anni in questa scuola. Tanti professori, tanti compagni, tantissimi giorni, uno in fila all’altro. Sembravano simili, lineari; crescevano con me e io con loro, e poi, all’improvviso, senza nemmeno un “Terra in vistaaa” ad avvertire, eccomi qua.

Mi siedo su questo banco, scrivo il mio tema e questa sarà una delle ultime volte che il profumo della professoressa Filch mi manderà in tilt il sistema nervoso. Ho pianto su questa sedia. Ho avuto le mestruazioni, svariate volte, ho riso, ho preso bei voti e brutti, ma soprattutto ho vissuto.
Com’è la vita dopo il liceo? Dove va? Ci si alza la mattina e poi? Si può studiare, mi dice mio padre, o andare a lavorare, mi suggerisce mia madre. Ma io penso che la scuola mi sia stata cucita addosso. Penso che sia mia, e non ne saprò uscire.
Mi chiamo Camilla Carson e mi trovo in un labirinto. Una porta conduce all’insegnamento, per sperare di tornare in aula, una mi trascina in terre lontane e università prestigiose. Chissà dove andrò e chissà se davvero posso far finta di vedere solo due porte. Quelle sono le due porte dei miei genitori.
Ma, nel mio labirinto, se giro l’angolo lo vedo bene. La porta della pallavolo e, accanto, quella dell’arte. C’è qualcosa nell’arte che mi sbarella. Ogni volta che incontro un’opera significativa, affine alle mie corde, sento i brividi percorrermi la schiena. Dove andare? Una porta esclude l’altra? Posso essere senò insegnante di arte o pallavolista pescatrice? Posso lavorare in gelateria? Amo i gelati.
Se giro ancora l’angolo vedo la vetrina di scarpe della signora Poppy e capisco che forse essere indecisi nella vita non è una cosa così tremenda, quando c’è qualcuno che seppellisce figli di otto anni. Giro ancora l’angolo di siepe del labirinto e la vedo, la porta dell’agenzia turistica. Lì davanti mi sbucciai il ginocchio a quattro anni, correndo dietro a un bassotto. Non so dove andrò, ma ci sono ancora, all’interno di questo labirinto.
Penso che qualunque decisione prenderò non sarà difficile immaginare che mi farà tornare indietro, e avanti, perdendomi svariate volte. Ma ciò di cui sono sicura è che il mio futuro è qui, non oltre oceano. Nessuna università prestigiosa può togliermi i tramonti all’odore di pesce del molo, accanto alla statua dell’artista la cui chiappa porta fortuna al solo tocco. Nessun futuro ignoto può strapparmi via dai denti la meravigliosa pizza al taglio di Parco Geppetto. Sono arrivata in questo posto per sbaglio, dal labirinto dei miei genitori, e non voglio proprio più uscirne.

Luna e Mike si guardarono a fiato sospeso. Mike chiuse il libricino proprio mentre le prime gocce cominciarono a investirlo. Erano a Londra senza ombrello e, a diciotto anni, andava bene così. Si bagnarono completamente, attenti solamente a salvare quel libro, e corsero per le strade di Londra, investiti da più acqua di quanta se ne potesse immaginare.

Prima di entrare in casa, ridendo sul pianerottolo, mentre Luna cercava le chiavi per aprire, Mike la poggiò alla porta e la baciò dolcemente. Le sue labbra sapevano di pioggia, ma erano calde. La sua lingua era timida, e così le sue mani, ma la sua intraprendenza non lo era stata affatto.

La sua vita era forse come quella di Camilla Carson e quella ragazza aveva ragione: perdersi, a volte, non era per nulla brutto.

@Lampo