A Sara e Greta, perché la vita sa.
Un saluto a Stefano, che è ancora qua.
Era settembre inoltrato e le scuole stavano riprendendo. Mike era pronto per il college e Luna era un po’ preoccupata del proprio futuro. Addentava una mela, seduta scomposta sul terrazzo di casa, con vista lago, dove tutto era cominciato. Suo padre adottivo l’aveva ritrovata lì, in una notte di luna piena. Era stata abbandonata, proprio all’inizio, ma poi la vita aveva fatto capriole entusiasmanti e rassicuranti; belle. Non si era mai sentita sola.
Certo, era cresciuta senza una madre, ma c’era la zia Cami, che le voleva un bene infinito. Lo zio Willy, il pesce fresco, il porto, i pescatori e papà, che l’aveva tirata su come se fosse sua, con cura e attenzione. Le aveva insegnato a spinare il pesce, a cuocerlo, a pescarlo, a vivere la vita in qualunque modo avesse voluto viverla. Il punto era che Luna non era certa di sapere come volesse farlo.
Vide il padre sporgersi dalla sala e sorridere nel vederla scompostamente seduta su una sedia, occupando con le gambe la ringhiera del balcone.
«Pà… ti volevo giusto chiedere una cosa.»
«Dimmi, piccola.»
Luna roteò gli occhi e si mise a sedere più composta. Non era più così piccola, non lo era da un pezzo.
«Quando si smette di preoccuparsi del futuro?»
«Uh…» Il padre si grattò un sopracciglio, preso in contropiede, e andò a sedersi sulla sedia liberata dalla figlia.
«Lulù, vedi… non si smette mai. Ora la scuola ricomincia e tu non sai cosa studiare, non sai se studierai, se andrai a lavorare. E te ne preoccupi, è giusto così. Ma poi arriveranno sempre altre cose e altre preoccupazioni.»
A Luna vennero gli occhi lucidi. Semplicemente a volte le sembrava di non riuscire a sopportare il peso della vita, di ciò che accadeva, dei problemi. Si è sempre creduta forte, indipendente, veloce nel correre nella direzione giusta.
E poi che era successo? Una mattina, semplicemente, si era svegliata con un libro di racconti nella buchetta delle lettere e aveva cominciato a leggere del male, della tristezza.
C’è chi muore da bambino. Una coltellata.
C’è chi perde un figlio senza vederlo crescere. Un pugno nello stomaco.
Chi sottrae verità nel buio.
Chi gioca con la vita degli altri.
Perché proprio lei? Cos’aveva di speciale? Perché questo ladro l’aveva scelta? Lo conosceva?
Il padre notò i suoi occhi lucidi e la costrinse ad alzarsi, facendo lo stesso con lei. L’abbracciò dolcemente, ma forte. La strinse fra le braccia e venne da piangere anche a lui. La vita non gli aveva dato una figlia, ma una sconosciuta da imparare ad amare come tale. E non solo ci era riuscito, aveva proprio perso la testa. Avrebbe mai avuto un altro amore nella sua vita?
Era da tanto che non amava. Sempre perché la vita è dura, e mette dossi lungo il percorso, e ci costringe a reinventarci ogni singola volta. Persona dopo persona, una versione di noi stessi dopo l’altra, si arriva lì. Ad abbracciarci, a stringerci forte. Perché a volte semplicemente non si può fare altro.
Luna respirò in quell’abbraccio, proprio mentre il padre, invece, stava perdendo il fiato. È strana la vita. Oltre ai dossi, dona molto altro e, il più delle volte, lo fa togliendo il fiato.
«Papà, stai bene?» chiese Luna senza allontanarsi.
Lui la strinse di più, annuendo.
«È che ti voglio così tanto bene…»
Si allontanò e incatenò i suoi occhi a quelli di lei.
«Vorrei che sapessi che è normale, che la vita è difficile e che avrai tantissime decisioni da prendere per costruire la tua strada. Ma io sarò qui con te, e sarò fiero di ogni tua decisione, purché tu la voglia prendere. Leggiti dentro, pensa a qualcosa che sai, qualcosa che sei. È lì la risposta che cerchi e se non la trovi io sarò qua con te. A ogni errore, spero per tantissimo tempo ancora.»
Luna sentì le spalle rilassarsi, e come un gonfiabile con la valvola aperta, calpestato da un bambino, rilasciò la tensione che aveva dentro.
«Grazie, papà. E se… non trovassi mai una strada giusta?»
Lui le sorrise e fece spallucce.
«Si vede che andrai avanti, strada dopo strada. Luna, non è importante dove si va, è importante come si sta mentre si va. Con chi si sta mentre si va. Cosa si sogna mentre si va. Io non sognavo di fare il pescatore, sai? Però eccomi. Ho certamente rimpianti, ma non so come dirlo… non sono amari. Quando scegli, quando prendi in mano una decisione, fai una cosa e rinunci a farne un’altra. Così, tassello dopo tassello, la vita ci costruisce. Forse io non volevo fare il pescatore, ma la vita non è nemmeno solamente… “quello che si fa”. Io penso di essere fiero dell’uomo che sono. Di come sono gentile con i vicini, di come sopporto le canaglie al porto, o chi mi fa vandalismo tagliando le reti da pesca. So di essere un padre tutt’altro che perfetto, ma buono. Voglio bene a te, alle persone della mia vita. Non conta solo questo, alla fine?»
A Luna venne in mente Mike. Poteva sentirsi così nel baratro pur stringendo tra le mani una cosa tanto bella come l’amore? Non aveva mai amato prima, la riempiva, era tutto bellissimo, ma aveva comunque altre mille preoccupazioni.
«A Londra è successo qualcosa?» azzardò il padre, come a leggerle nel pensiero.
Lei annuì lentamente.
«Sei incinta?»
«Che? We, no, no, aspetta. Non è successo quel… qualcosadi. Cioè sì, ma io, insomma…»
«Ok, ok, non voglio sapere.» Il padre si passò una mano fra i capelli e inevitabilmente spostò lo sguardo al lago.
«Laggiù in fondo ti ho trovata che eri avvolta in un piccolo panno, in un cesto di vimini, ed era un freddo assurdo, gennaio inoltrato. Adesso si schiatta di caldo e sto con te a parlare di sesso.»
«Non stiamo parlando di sesso» tagliò corto Luna, le gote più che rosse.
«Parlavamo della vita, delle cose. Delle scelte, parlavamo di scelte!» aggiunse, ormai come un peperone sulla griglia.
Soppesò il padre, prima di sospirare e riprendere.
«Sai cosa c’è? Che difficilmente scegliamo nella vita. A volte alcune cose ci sembrano quasi di sceglierle, ma è certo, c’è qualcuno che le decide per noi. La vita è troppo assurda. Sai… io ti ho trovata poco dopo aver perso il mio amore. E tu… sei stata di più. Ho scelto di prenderti a casa, di crescerti, certo. Ma hai capito che intendo? Credo che la vita sappia. Vivi con fiducia che la vita sappia, e decidi di pancia. È pieno il mondo di persone che ti diranno di prendere decisioni con la testa, col cuore. La tua insegnante, la pazza che diceva che dovevi diventare una fisica, il giornalaio che continuava a dire che dovevi fare l’atleta centometrista solo per le tue gambe. Il fruttivendolo, lo zio Willy stesso. La vita sarà sempre piena di persone che ti diranno “la cosa logica da fare è questa”. Ma non c’è niente di logico qui, Lulù. Non c’è niente di logico. Decidi con la pancia. La pancia sa quando hai fame, quando stai male, quando stai bene. Ascolta la pancia.»
La pancia di Luna borbottò proprio in quel momento e strappò a entrambi una risatina.
«Ehm… sì.»
«Vai al porto a mangiare due spiedini e fare aperitivo con Jenny, magari. Ti dirà certamente cosa fare anche lei, ma almeno riempirai la pancia!»
Luna obbedì, col cuore più leggero e la pancia più rilassata. In effetti, chi doveva decidere della sua vita, se non lei?
Camminò per le strade del paese e si ricordò che non solo doveva ancora leggere il successivo racconto fra i rubati nel volume a perseguitarla, ma anche che aveva ricevuto grandissimi indizi leggendo quello a Londra.
Camilla Carson, l’autrice, spiegava di essere con la penna in mano per il tema di maturità e nominava perfino una professoressa Filch. Era molto vicina alla verità e sapeva di dover tornare a scuola per scovarla. Ma non voleva, la scuola al momento era per lei un tasto dolente.
Camminò a caso, allora.
Sorrise notando in lontananza la panchina su cui aveva preso il primo gelato con Mike, ma andò oltre, lungo la strada per il cimitero. Fu allora che la vide: una casa abbandonata. Era sempre stata lì, dietro quelle alte siepi. C’era chi vociferava a riguardo, ma nessuno osava davvero entrarci.
Luna si avvicinò e notò che le piante rampicanti coprivano il nome inciso sul marmo della grande entrata. Le scostò per leggerlo: Carson era il nome nascosto.
Aprì di fretta il volume dei racconti rubati e lesse quello che, per la prima volta, non sembrava un racconto, ma un indovinello. Scritto a mano, con calligrafia elegante, il ladro di racconti la lasciò con un crampo alla pancia, in una sensazione di agonia.
Hai capito chi sono?
Una volta parlavo molto, ora sono silenzioso.
Il vento sposta le barche, io le riprendo.
Sono una specie di artista, ma attenta. Non prendere una svista.
@Lampo