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Racconti Rubati cap.9 – Steve Stevenson

Jenny e Mike si erano ritrovati a casa di Luna per le venti e trenta. Era la serata di Halloween e Luna aveva cacciato di casa il padre per preparare spaventosi stuzzichini e allestire una serata a con film horror. Ci si era impegnata parecchio. Non vedeva Jenny da tantissimo tempo e voleva che quella serata fosse speciale. Mike aveva promesso di non fare il morboso coccolone e quindi Luna aveva acconsentito ad invitare anche lui. I ragazzi della loro età, giù al porto, avrebbero bruciato una grande strega di cartone, una vecchia usanza cittadina; a Luna, però, non andava. Per Luna, l’horror era bello solo se era scritto su libro o visto in tv, comodamente da sotto le coperte, pronte a proteggerla. Aveva attaccato decorazioni alle pareti della stanza, ora sui toni del nero e dell’arancione. 

«Wowowo Luna, ma questa stanza? E questo odorino?» Stava già sbavando, Mike.

«La mia amica pazza!!!» L’abbracciò forte Jenny e rimasero strette a lungo. Erano rimaste in sospeso parecchie cose fra loro, ma con Mike di mezzo non ne avrebbero parlato nemmeno quella sera. 

«Ho fatto Hot Dog spaventosi, patatine fritte sanguinanti di ketchup e poi sono piena di caramelle a forma di fantasmi. Il periodo senza studio e lavoro mi sta dando alla testa. Dovrei aprire un’agenzia catering di qualche tipo?»

Mike le diede un dolce bacio sulla guancia e poi tolse le scarpe, per lanciarsi sul divano di Luna, abbellito anche quello per la serata horror, con pipistrelli che vi scendevano sopra dal soffitto.

«Secondo me non sarebbe una terribile carriera, poco ma sicuro» disse Jenny, facendo lo stesso di Mike e prendendo posto. Luna andò a sedersi accanto all’amica, e la strinse forte in un abbraccio di lato. 

«Mi sei mancata tanto e dobbiamo raccontarti del ladro di racconti!»

Mike sorrise addentando una patatina e avvicinando il vassoio alle proprie gambe, poi si intromise nel discorso.

«Una volta parlava molto, ora è silenzioso. Riprende le barche, è una specie di artista. Però non abbiamo solo questi indizi. Innanzi tutto sappiamo che ti conosce molto bene, sa che Luna è stata abbandonata, non è una cosa che sanno tutti anche se in paese le voci corrono. Conosce molto bene Kevin, il figlio della signora Poppy, morto tragicamente da bambino in una gita scolastica. Sappiamo poi per certo che ha a che fare con la nostra scuola e con la maturità del 1993.»

Jenny annuì e vide sul comodino l’annuario del ’93. Lo aprì alle ultime pagine, convinta, e afferrò con una mano un hot dog di quelli preparati da Luna, con la pasta sfoglia ad avvolgerli per simulare una mummia.

«Ragazzi, è per forza un insegnante. È palese» Constatò Jenny.

«Nessuno potrebbe rubare questi racconti, altrimenti. Ce n’è uno perfino della maturità! Sono andata dalla prof a chiedere il mio, l’altro giorno. C’è un iter infinito e dolorosissimo per riuscire a recuperare i documenti ufficiali della prova di maturità.»

Luna diede un morso ad una mummia-wurstel e sfogliò le pagine lentamente. C’era una pagina, una soltanto, dove il cuore le batteva a mille. Aveva messo a fuoco più e più volte i volti ma non capiva di chi fosse il viso a tormentarla tanto.

«In ogni caso… Abbiamo aspettato anche troppo per il racconto di Ottobre, è l’ultimo giorno disponibile!» Esclamò Mike. 

«Quindi leggiamo il racconto e poi vediamoci questo film trash-horror.»

«Io io io!» Entusiasta Jenny prese il piccolo volume dalle mani di Mike e cominciò a leggere.

«C’era una volta, tanto tempo fa, una casa infestata dai fantasmi. Uuuuh, spe spe, fate atmosfera!»

Luna ridacchiò ma la percorsero dei brividi lungo la schiena, poi spense la luce in camera e accese solo una piccola lampadina sul comodino.

C’era una volta, tanto tempo fa, una casa infestata dai fantasmi.

Fantasmi del passato e fantasmi del futuro, che si incontravano a mezz’aria e brindavano al presente terrificante degli abitanti della casa. I proprietari della villa in questione erano gli Stevenson. Una famiglia triste, noiosa, con vestiti più o meno alla moda, usanza più o meno umili. Ciò che li contraddistingueva, però, era che non credevano ai fantasmi. Non potevano proprio pensarci, no! Non esistevano, nessuno di loro, nemmeno nell’immaginazione. Per questo, proprio loro, ne erano pieni. Le luci si accendevano e si spegnevano a caso, friggendo lampadine. Animali perivano a caso, sedie stridevano sul pavimento e chi più ne ha più ne metta. 

Però, loro, nonostante questo, non ci potevano credere. Erano Stevenson, e per gli Stevenson i fantasmi proprio non esistono! Gli anni si susseguirono nella monotonia, con qualche nuora sfortunata e qualche cugino malcapitato, perché nessuno, se di sangue Stevenson, poteva essere perseguitato dai fantasmi. Ma gli altri sì. Parenti acquisiti, fidanzate, nuove compagne non ancora mogli, cugini di secondo grado e amici, talvolta, ogni tanto, quando i fantasmi ne avevano voglia, volavano giù dalle finestre o uscivano semplicemente pazzi. Perché potevano percepirli, vederli, sentirli. Molti di loro raccontarono, successivamente in manicomio, di aver percepito il fantasma passar loro attraverso, come a voler trapassare ogni centimetro della loro carne, e svuotarla dall’interno. Una mattina, in villa, però, successe qualcosa di particolare. Arrivò un parente lontanissimo, un cugino di terzo grado dei figli degli Stevenson di quarta generazione. Era uno Stevenson, se pur così lontano dall’albero genealogico principale, e aveva cinque anni. Lui, i fantasmi, non solo poteva percepirli. Li vedeva proprio. Era il primo fra gli Stevenson a crederci, e fu la condanna per la famiglia. Riuscì abilmente a spiegare agli altri quali cose sovrannaturali stessero capitando perché era un fantasma a compierle, e non semplicemente un caso. Le luci, le tende, tutto. Tutto era logico, spiegato da Stevenson a Stevenson. Per questo fu l’inizio della fine. Gli Stevenson cominciarono a credere e questo li rese vulnerabili, in casa loro. La prima fu la piccola Maggie, entrata nelle cantine senza riguardi, come si entra in doccia senza prepararsi prima l’accappatoio. Fiotti di fantasmi ne mangiarono l’anima dall’interno e il suo corpo rimase là sotto per secoli. Poi fu il momento di Brian, annegato nella piscina inspiegabilmente, essendo un nuotatore professionista. Poi Louis, poi il capofamiglia George e la consorte, poi la piccola Camilla. Solo al cuginetto di terzo grado non capitava mai nulla. Anzi, gli sembrava quasi che i sogni si rasserenavano, ogni volta che ad altri, nella casa, capitava qualcosa di terribile. Gli venne il dubbio che non fosse proprio lui, nella notte, a sperare che quei fantasmi facessero del male ad altri, rendendo più forte lui. Arrivò a compiere dieci, poi quindi anni in quella casa. Poi, ai diciannove, non c’era più nessuno.
La notte di Halloween, buia tetra come ogni anno, dei ragazzini si presentarono alla porta per fare dolcetto o scherzetto e il piccolo cugino di terzo grado ormai cresciuto, Steve Stevenson, aprì loro con un cesto pieno di dolci, e un gruppo di fantasmi inferociti alle spalle.
Ne ebbe l’ulteriore prova. I fantasmi lo seguivano. Forse non erano mai esistiti fino a che lui non avesse deciso della loro esistenza. Gli aveva dato un potere così grande che ora non poteva più sottrarglielo… Oppure sì? Si concentrò con tutte le energie e pensò che i fantasmi non esistessero. “Non esistono, non esistono. Non ci sono, è tutta una diceria” continuò a borbottarsi giorno dopo giorno. E quelli si allontanarono, svanirono lentamente. Ci vollero anni e anni di lavoro emotivo e interiore e poi, quando meno Steve se l’aspettava, una donna entrò nella sua vita, e in quella casa. Non vi era traccia dei fantasmi, e i due cominciarono a ripopolare la famiglia, e la villa. Gli Stevenson ripresero forza e splendore, una famiglia rinomata e viva.
Poi, però… Una finestra sbatte all’improvviso, una sedia si ribaltò.

Forse un colpo d’aria, o forse no.
Bastò un sussurro di Steve.

«I fantasmi…»

E quelli riapparvero. Più numerosi di prima.

E fu, di nuovo, l’inizio della fine.

«Brividini!!»

Rabbrividì Jenny, stringendosi a Luna.

«Mi posso fermare qui a dormire dopo?»

Luna rise e Mike alzò le braccia.

«Io vado a casa, non ci dormo con due che credono ai fantasmi, finirete per uccidermi!»

@Lampo

Racconti Rubati cap.8 – La vita sa

A Sara e Greta, perché la vita sa.
Un saluto a Stefano, che è ancora qua.

Era settembre inoltrato e le scuole stavano riprendendo. Mike era pronto per il college e Luna era un po’ preoccupata del proprio futuro. Addentava una mela, seduta scomposta sul terrazzo di casa, con vista lago, dove tutto era cominciato. Suo padre adottivo l’aveva ritrovata lì, in una notte di luna piena. Era stata abbandonata, proprio all’inizio, ma poi la vita aveva fatto capriole entusiasmanti e rassicuranti; belle. Non si era mai sentita sola.

Certo, era cresciuta senza una madre, ma c’era la zia Cami, che le voleva un bene infinito. Lo zio Willy, il pesce fresco, il porto, i pescatori e papà, che l’aveva tirata su come se fosse sua, con cura e attenzione. Le aveva insegnato a spinare il pesce, a cuocerlo, a pescarlo, a vivere la vita in qualunque modo avesse voluto viverla. Il punto era che Luna non era certa di sapere come volesse farlo.

Vide il padre sporgersi dalla sala e sorridere nel vederla scompostamente seduta su una sedia, occupando con le gambe la ringhiera del balcone.

«Pà… ti volevo giusto chiedere una cosa.»
«Dimmi, piccola.»

Luna roteò gli occhi e si mise a sedere più composta. Non era più così piccola, non lo era da un pezzo.

«Quando si smette di preoccuparsi del futuro?»

«Uh…» Il padre si grattò un sopracciglio, preso in contropiede, e andò a sedersi sulla sedia liberata dalla figlia.

«Lulù, vedi… non si smette mai. Ora la scuola ricomincia e tu non sai cosa studiare, non sai se studierai, se andrai a lavorare. E te ne preoccupi, è giusto così. Ma poi arriveranno sempre altre cose e altre preoccupazioni.»

A Luna vennero gli occhi lucidi. Semplicemente a volte le sembrava di non riuscire a sopportare il peso della vita, di ciò che accadeva, dei problemi. Si è sempre creduta forte, indipendente, veloce nel correre nella direzione giusta.

E poi che era successo? Una mattina, semplicemente, si era svegliata con un libro di racconti nella buchetta delle lettere e aveva cominciato a leggere del male, della tristezza.

C’è chi muore da bambino. Una coltellata.
C’è chi perde un figlio senza vederlo crescere. Un pugno nello stomaco.
Chi sottrae verità nel buio.
Chi gioca con la vita degli altri.

Perché proprio lei? Cos’aveva di speciale? Perché questo ladro l’aveva scelta? Lo conosceva?

Il padre notò i suoi occhi lucidi e la costrinse ad alzarsi, facendo lo stesso con lei. L’abbracciò dolcemente, ma forte. La strinse fra le braccia e venne da piangere anche a lui. La vita non gli aveva dato una figlia, ma una sconosciuta da imparare ad amare come tale. E non solo ci era riuscito, aveva proprio perso la testa. Avrebbe mai avuto un altro amore nella sua vita?

Era da tanto che non amava. Sempre perché la vita è dura, e mette dossi lungo il percorso, e ci costringe a reinventarci ogni singola volta. Persona dopo persona, una versione di noi stessi dopo l’altra, si arriva lì. Ad abbracciarci, a stringerci forte. Perché a volte semplicemente non si può fare altro.

Luna respirò in quell’abbraccio, proprio mentre il padre, invece, stava perdendo il fiato. È strana la vita. Oltre ai dossi, dona molto altro e, il più delle volte, lo fa togliendo il fiato.

«Papà, stai bene?» chiese Luna senza allontanarsi.
Lui la strinse di più, annuendo.
«È che ti voglio così tanto bene…»

Si allontanò e incatenò i suoi occhi a quelli di lei.

«Vorrei che sapessi che è normale, che la vita è difficile e che avrai tantissime decisioni da prendere per costruire la tua strada. Ma io sarò qui con te, e sarò fiero di ogni tua decisione, purché tu la voglia prendere. Leggiti dentro, pensa a qualcosa che sai, qualcosa che sei. È lì la risposta che cerchi e se non la trovi io sarò qua con te. A ogni errore, spero per tantissimo tempo ancora.»

Luna sentì le spalle rilassarsi, e come un gonfiabile con la valvola aperta, calpestato da un bambino, rilasciò la tensione che aveva dentro.

«Grazie, papà. E se… non trovassi mai una strada giusta?»
Lui le sorrise e fece spallucce.

«Si vede che andrai avanti, strada dopo strada. Luna, non è importante dove si va, è importante come si sta mentre si va. Con chi si sta mentre si va. Cosa si sogna mentre si va. Io non sognavo di fare il pescatore, sai? Però eccomi. Ho certamente rimpianti, ma non so come dirlo… non sono amari. Quando scegli, quando prendi in mano una decisione, fai una cosa e rinunci a farne un’altra. Così, tassello dopo tassello, la vita ci costruisce. Forse io non volevo fare il pescatore, ma la vita non è nemmeno solamente… “quello che si fa”. Io penso di essere fiero dell’uomo che sono. Di come sono gentile con i vicini, di come sopporto le canaglie al porto, o chi mi fa vandalismo tagliando le reti da pesca. So di essere un padre tutt’altro che perfetto, ma buono. Voglio bene a te, alle persone della mia vita. Non conta solo questo, alla fine?»

A Luna venne in mente Mike. Poteva sentirsi così nel baratro pur stringendo tra le mani una cosa tanto bella come l’amore? Non aveva mai amato prima, la riempiva, era tutto bellissimo, ma aveva comunque altre mille preoccupazioni.

«A Londra è successo qualcosa?» azzardò il padre, come a leggerle nel pensiero.
Lei annuì lentamente.
«Sei incinta?»
«Che? We, no, no, aspetta. Non è successo quel… qualcosadi. Cioè sì, ma io, insomma…»
«Ok, ok, non voglio sapere.» Il padre si passò una mano fra i capelli e inevitabilmente spostò lo sguardo al lago.

«Laggiù in fondo ti ho trovata che eri avvolta in un piccolo panno, in un cesto di vimini, ed era un freddo assurdo, gennaio inoltrato. Adesso si schiatta di caldo e sto con te a parlare di sesso.»
«Non stiamo parlando di sesso» tagliò corto Luna, le gote più che rosse.
«Parlavamo della vita, delle cose. Delle scelte, parlavamo di scelte!» aggiunse, ormai come un peperone sulla griglia.

Soppesò il padre, prima di sospirare e riprendere.

«Sai cosa c’è? Che difficilmente scegliamo nella vita. A volte alcune cose ci sembrano quasi di sceglierle, ma è certo, c’è qualcuno che le decide per noi. La vita è troppo assurda. Sai… io ti ho trovata poco dopo aver perso il mio amore. E tu… sei stata di più. Ho scelto di prenderti a casa, di crescerti, certo. Ma hai capito che intendo? Credo che la vita sappia. Vivi con fiducia che la vita sappia, e decidi di pancia. È pieno il mondo di persone che ti diranno di prendere decisioni con la testa, col cuore. La tua insegnante, la pazza che diceva che dovevi diventare una fisica, il giornalaio che continuava a dire che dovevi fare l’atleta centometrista solo per le tue gambe. Il fruttivendolo, lo zio Willy stesso. La vita sarà sempre piena di persone che ti diranno “la cosa logica da fare è questa”. Ma non c’è niente di logico qui, Lulù. Non c’è niente di logico. Decidi con la pancia. La pancia sa quando hai fame, quando stai male, quando stai bene. Ascolta la pancia.»

La pancia di Luna borbottò proprio in quel momento e strappò a entrambi una risatina.

«Ehm… sì.»
«Vai al porto a mangiare due spiedini e fare aperitivo con Jenny, magari. Ti dirà certamente cosa fare anche lei, ma almeno riempirai la pancia!»

Luna obbedì, col cuore più leggero e la pancia più rilassata. In effetti, chi doveva decidere della sua vita, se non lei?

Camminò per le strade del paese e si ricordò che non solo doveva ancora leggere il successivo racconto fra i rubati nel volume a perseguitarla, ma anche che aveva ricevuto grandissimi indizi leggendo quello a Londra.

Camilla Carson, l’autrice, spiegava di essere con la penna in mano per il tema di maturità e nominava perfino una professoressa Filch. Era molto vicina alla verità e sapeva di dover tornare a scuola per scovarla. Ma non voleva, la scuola al momento era per lei un tasto dolente.

Camminò a caso, allora.
Sorrise notando in lontananza la panchina su cui aveva preso il primo gelato con Mike, ma andò oltre, lungo la strada per il cimitero. Fu allora che la vide: una casa abbandonata. Era sempre stata lì, dietro quelle alte siepi. C’era chi vociferava a riguardo, ma nessuno osava davvero entrarci.

Luna si avvicinò e notò che le piante rampicanti coprivano il nome inciso sul marmo della grande entrata. Le scostò per leggerlo: Carson era il nome nascosto.

Aprì di fretta il volume dei racconti rubati e lesse quello che, per la prima volta, non sembrava un racconto, ma un indovinello. Scritto a mano, con calligrafia elegante, il ladro di racconti la lasciò con un crampo alla pancia, in una sensazione di agonia.

Hai capito chi sono?
Una volta parlavo molto, ora sono silenzioso.
Il vento sposta le barche, io le riprendo.
Sono una specie di artista, ma attenta. Non prendere una svista.

@Lampo

Racconti Rubati cap.7 – Persa

Luna osservò Londra avvicinarsi dal finestrino dell’aereo in fase di atterraggio. Amava quel momento. L’aereo rallentava e quasi sembrava andare piano. Metteva a fuoco monumenti ed edifici che un attimo prima sembravano minuscoli, e dopo tornavano ad avere una dimensione accettabile.

Torse le cuffie da cui ascoltava la musica ormai da una mezz’oretta, perché Mike si era addormentato. Lo guardò a lungo, nemmeno l’atterraggio lo aveva svegliato. Nemmeno il pilota che annunciò le temperature e nemmeno i passeggeri che in tutta euforia scendevano coi loro bagagli dal velivolo.

«Mike…?» sussurrò Luna.
«Mike?» lo scosse appena.
«Mike!» esclamò infine, e gli fece fare un salto sul sedile, mentre ridacchiò un po’ imbarazzata.
«Scusami ma… non ti svegliavi. Siamo a Londra.»

Mike si accese. Era a Londra. Sognava da sempre di andarci, da quando aveva saputo che c’era un museo pieno di dinosauri e da quando aveva visto per la prima volta Harry Potter in TV.

«Tu sai come si va a casa di Jenny da qui?» azzardò, totalmente in balia degli eventi.

Luna annuì. La mamma di Jenny era stata davvero carina a lasciar loro le chiavi di casa. Le aveva detto di fare come a casa sua e di godersi il soggiorno col suo “nuovo fidanzato”. Luna allora provò a spiegarle che Mike era lontano dall’essere un fidanzato, ma la madre di Jenny, probabilmente traviata dalla figlia, non ne volle proprio sapere.
«Salutami il tuo fidanzato!» esclamò all’ultimo, salutandola nel suo accento british.

Luna e Mike, in aeroporto, furono tentati dal prendere un caffè gigante con donut annesso, e andarono spediti verso i mezzi. Casa della mamma di Jenny li attendeva, e Luna non pensava sarebbe stata così bella e accogliente. Nel centro di Londra, quartiere Mayfair, questa villetta a schiera non solo era comoda e accogliente, ma bella proprio.

Luna si sentì abbracciata dai toni caldi dell’arredamento e rimase sconvolta nel notare che c’erano due piani, due bagni, tre camere da letto e una sala con cucina open space immensa, con tanto di isola.
«Alla faccia della casetta londinese! Una villa del genere, qui, con tipo Hyde Park a duecento metri, penso che costi almeno 15 milioni di dollari.»
«E ce l’ha data gratis!»

Luna mollò le valigie lì all’entrata e corse al piano di sopra, da cui si vedeva un po’ del parco, anche se non troppo. Era in un sogno. Lontana da casa, respirava fuori da una finestra di Londra e si godeva la maturità che non era certa di aver raggiunto.

Mike Rise la seguì e la notò pensierosa. Era entrata nel vortice dei suoi pensieri, in quella serata uggiosa di Londra.
«Ehi, tutto bene?» le si affiancò. In qualche modo aveva imparato a conoscerla e capiva da ogni espressione i suoi momenti.
«Sì, solo… tu farai fisica all’università. Lo sai, sei sicuro, sei convinto, ti piace quella cosa. Jenny andrà all’Accademia di Teatro e integrerà con un paio di mesi di vacanza studio qui a Londra, per approfondire il canto. Arriverà a Broadway, ne sono certa. E io…? A me che piace fare? Sono mesi che il libro di quel ladro di racconti mi rapisce, mi cattura, non… non esco da lì. Non so davvero quale possa essere la mia strada. Mi sento… persa.»

Mike annuì e guardò anche lui il tramonto, dietro il parco.
«Credo che se non lo sai è perché hai davvero tantissime opportunità. Puoi fare quello che vuoi, Luna. Tutto quello che vuoi.»

Luna non fu soddisfatta della risposta ma sospirò e alzò le spalle. Del resto non era che Mike dovesse risolverle la vita in una frase; stava a lei capire che desiderasse davvero nella vita.
«Stasera intanto? Che facciamo?»
«Ah, per stasera ho deciso tutto io! Vestiti comoda, fatti bella, ti porto in un posto speciale.»

Luna non seppe bene interpretare come stare comoda ma anche bella, ma non era qualcosa che potesse metterla in difficoltà. Era una persona molto semplice da quel punto di vista. Si infilò un maglioncino corto a righe, sopra a jeans a vita alta e un paio di sneakers verde oliva. Zero trucco e una bella coda alta. Mike era pronto in tuta, coi pantaloni un po’ larghi e i capelli scompigliati. Si era messo un buon profumo però. Luna godette di quella fragranza camminando per i vicoli di Londra, illuminata come se fosse giorno.

Niente metro. Camminarono e basta: da Mayfair a Covent Garden dove cenarono in un ristorante carinissimo vicino al Palace Theatre. Poi dal ristorante attraversarono la China Town londinese e arrivarono in zona universitaria. Si fermarono per un drink e poi ripresero. In un’oretta arrivarono a Camden Town.

Era stupenda, affascinante e illuminata, con tutte le sue strane insegne lungo la via, e gente che continuava a ridere per strada. Si fermarono in un locale a sentire suonare il jazz. Luna si sentì nel posto giusto. A vagare, senza una meta, godendo della bellezza di Londra. Forse vivere non significava per forza avere una direzione precisa, una destinazione da raggiungere. La vita, così, a vagare nella bellezza, le sarebbe andata bene lo stesso.

«Sei pensierosa» le disse Mike camminando verso casa.
«Voglio leggere il racconto del mese, mi hai costretta ad aspettarti» incalzò lei, cercando il suo sguardo. Il cielo scuro si stava addensando di nubi e la pioggia era in arrivo.
«L’ho preso!» ridacchiò lui tirando fuori il libricino da dentro i pantaloni, incastrato nell’elastico in vita.
«Sei serio?» Luna rise forte.
«Oh, sì, volevo leggertelo nella notte londinese.»

Luna si avvicinò a lui e gli prese dolcemente una mano. Con l’altra si grattò una guancia e distolse lo sguardo, ma Mike cominciò il suo racconto godendo di quel gesto delicato.

Mi chiamo Camilla Carson e questo è il mio tema di maturità.
Mi hanno detto di non cominciare così un tema, ma è l’ultimo messaggio che posso lasciare a questa scuola e voglio che sia mio a trecentosessanta gradi. Il tema del tema dovrebbe essere “labirinto” e ho deciso che parlarvi di me non può essere che il modo più azzeccato. Se volete bocciarmi, fate pure, ma non credo lo farete. Dai, no, non fatelo. So scrivere decentemente, dai.

Mi chiamo Camilla Carson e volevo raccontarvi il labirinto strano della mia vita. Quando ci si sveglia al mattino, si va a scuola, si torna a casa, si studia, si cena, si guarda la televisione e poi si legge qualche romanzo fantasy, sembra che la vita sia in ordine, dettagliata, schematizzata, ben organizzata. È stato così per cinque anni.

Sono arrivata a scuola dopo un cambio città. Mi sono ambientata, ho conosciuto persone nuove, ho imparato a mangiare al molo come i pescatori di qui e dico “Terra in vistaaa!” come alcuni pazzi furiosi della bassa. Mi è sempre piaciuta, come esclamazione.

A caso, una volta aveva senso quando si vedeva davvero terra dopo una lunga navigazione. Ora, invece, semplicemente lo dico rientrando nel pianerottolo di casa dopo ore a studiare in biblioteca. Ho passato cinque anni in questa scuola. Tanti professori, tanti compagni, tantissimi giorni, uno in fila all’altro. Sembravano simili, lineari; crescevano con me e io con loro, e poi, all’improvviso, senza nemmeno un “Terra in vistaaa” ad avvertire, eccomi qua.

Mi siedo su questo banco, scrivo il mio tema e questa sarà una delle ultime volte che il profumo della professoressa Filch mi manderà in tilt il sistema nervoso. Ho pianto su questa sedia. Ho avuto le mestruazioni, svariate volte, ho riso, ho preso bei voti e brutti, ma soprattutto ho vissuto.
Com’è la vita dopo il liceo? Dove va? Ci si alza la mattina e poi? Si può studiare, mi dice mio padre, o andare a lavorare, mi suggerisce mia madre. Ma io penso che la scuola mi sia stata cucita addosso. Penso che sia mia, e non ne saprò uscire.
Mi chiamo Camilla Carson e mi trovo in un labirinto. Una porta conduce all’insegnamento, per sperare di tornare in aula, una mi trascina in terre lontane e università prestigiose. Chissà dove andrò e chissà se davvero posso far finta di vedere solo due porte. Quelle sono le due porte dei miei genitori.
Ma, nel mio labirinto, se giro l’angolo lo vedo bene. La porta della pallavolo e, accanto, quella dell’arte. C’è qualcosa nell’arte che mi sbarella. Ogni volta che incontro un’opera significativa, affine alle mie corde, sento i brividi percorrermi la schiena. Dove andare? Una porta esclude l’altra? Posso essere senò insegnante di arte o pallavolista pescatrice? Posso lavorare in gelateria? Amo i gelati.
Se giro ancora l’angolo vedo la vetrina di scarpe della signora Poppy e capisco che forse essere indecisi nella vita non è una cosa così tremenda, quando c’è qualcuno che seppellisce figli di otto anni. Giro ancora l’angolo di siepe del labirinto e la vedo, la porta dell’agenzia turistica. Lì davanti mi sbucciai il ginocchio a quattro anni, correndo dietro a un bassotto. Non so dove andrò, ma ci sono ancora, all’interno di questo labirinto.
Penso che qualunque decisione prenderò non sarà difficile immaginare che mi farà tornare indietro, e avanti, perdendomi svariate volte. Ma ciò di cui sono sicura è che il mio futuro è qui, non oltre oceano. Nessuna università prestigiosa può togliermi i tramonti all’odore di pesce del molo, accanto alla statua dell’artista la cui chiappa porta fortuna al solo tocco. Nessun futuro ignoto può strapparmi via dai denti la meravigliosa pizza al taglio di Parco Geppetto. Sono arrivata in questo posto per sbaglio, dal labirinto dei miei genitori, e non voglio proprio più uscirne.

Luna e Mike si guardarono a fiato sospeso. Mike chiuse il libricino proprio mentre le prime gocce cominciarono a investirlo. Erano a Londra senza ombrello e, a diciotto anni, andava bene così. Si bagnarono completamente, attenti solamente a salvare quel libro, e corsero per le strade di Londra, investiti da più acqua di quanta se ne potesse immaginare.

Prima di entrare in casa, ridendo sul pianerottolo, mentre Luna cercava le chiavi per aprire, Mike la poggiò alla porta e la baciò dolcemente. Le sue labbra sapevano di pioggia, ma erano calde. La sua lingua era timida, e così le sue mani, ma la sua intraprendenza non lo era stata affatto.

La sua vita era forse come quella di Camilla Carson e quella ragazza aveva ragione: perdersi, a volte, non era per nulla brutto.

@Lampo

Racconti Rubati cap.6 – Londra

Luna aveva passato il mese intero sui libri. Era stata ammessa all’esame di maturità e se l’era cavata egregiamente con la commissione. Di solito si fa prendere dal panico in situazioni del genere, ma quella volta era stata davvero brava. Aveva messo il cuore sotto le scarpe, era andata a passo spedito verso il proprio obiettivo e l’aveva portato a termine.

«In bocca al lupo, Luna» le disse un’insegnante della commissione esterna, stringendole la mano con fermezza.

«Tutto quello che vuoi essere, tutto ciò che aspiri a diventare… puoi farlo, sai?» le aveva detto invece la signora Monty, la più anziana fra i docenti. Luna aveva annuito con decisione, per poi scappare fuori da quell’aula a gambe levate. Avrebbe voluto fermarsi e chiedere alla Monty chi erano i docenti nell’annata 1993, ma quello non era né il luogo adatto né credeva che una come la Monty potesse ricordarselo.

Jenny uscì dopo di lei e la stritolò in un abbraccio fortissimo.

«Matureeee!!!» urlò saltellando con lei nell’abbraccio.

«Andiamo a farci una frittura di pesce al porto?» rilanciò, emozionata. Luna non voleva dire che era preoccupata per Mike, che voleva fermarsi per lui, ma l’amica lo capì lo stesso.

«Sennò aspettiamo Mike» rilanciò, infatti. Luna fece un dolce sorriso e abbracciò di nuovo Jenny con forza.

«Più che altro, visto che a Mike manca ancora un sacco… volevo cercare in biblioteca gli annuali. Mi sono promessa di aspettare l’esame, perché c’è la clausola di un racconto al mese, e mi sono messa a studiare. Ma ora sono libera.»

«Sì, e la prima cosa che fai è cercare un certo ladro di racconti. Che spettacolo» disse lei sarcastica, ma le andò dietro.

La biblioteca della scuola era gestita da una signora in carne, sempre vestita di rosa e con la penna sempre in una mano, il ventaglio nell’altra. Non sopportava il sudore.

«S-signorina Mewis?» sussurrò Luna perché l’ambiente lo richiedeva.

La donna alzò lo sguardo dai propri fogli e li spostò prima di inondarli di sudore a causa di movimenti inappropriati.

«Mi dica, giovane maturanda.»

«Secondo lei c’è modo di visionare gli annuali degli anni scorsi? Avrei bisogno di sapere quale fosse il corpo insegnanti nel 1993.» La Mewis, a fatica, si alzò e fece loro un cenno di seguirle. C’era un posto nascosto, vicino ai libri in cinese, che nessuno aveva mai raggiunto.

Gli annuali erano rilegati con cura, dal più antico al più moderno. Luna ringraziò e si lanciò sull’annata 1993, mentre Jenny si perse nei ricordi, rivedendo le sue foto del primo anno e poi del secondo, terzo, quarto. Era arrivata alla fine, per la prima volta. Aveva portato a termine qualcosa di davvero importante. Non era scontato. Cominciò a piagnucolare, mentre Luna la smosse con forza.

«Jenny, Jenny, guarda!» L’amica venne strattonata e Luna le mostrò la pagina degli insegnanti del 1993. Una persona, che conoscevano più che bene, occupava una delle foto in un angolo della pagina, un po’ spiegazzato.

«Come è possibile…? Lei insegnava?» chiese Luna sbalordita.

Jenny alzò le spalle.

«Non mi sembra una ladra di racconti, però, Luna.»

Non c’era altra soluzione. Chi poteva essere se non lei? Lei li amava i racconti, del resto. Davvero tanto. Aveva cominciato a viaggiare nel mondo forse proprio per quel motivo: raccontare, rubare storie.

Luna si infilò l’annuario nello zaino e ringraziò la signora Mewis, uscendo di corsa con Jenny. La direzione, scordando totalmente Mike, fu il ristorante di Willy.

«La zia Cami, una ladra?» sussurrò Jenny.

«Per me stiamo prendendo un grosso granchio!»

Willy si mostrò in tutto il suo grembiule, sorridente come sempre.

«Chi prende il granchio?» fece, come per scrivere sul blocchetto delle ordinazioni.

«No, no, niente granchio… in realtà cerchiamo solo la zia Cami» intervenne Luna.

«È uscita. In realtà proprio per fare un regalo a questa ragazza matura. È andata bene l’interrogazione?» chiese Willy, commuovendo Luna.

«U-un regalo per me?»

«Che regalo, zio Willy?» si mise in mezzo Jenny, ormai anche lei di famiglia.

«Un viaggio. Lo sai, non può farne a meno. Vive di quella roba là.»

Quella roba là. I viaggi. Per zia Cami erano tutto. Per questo aveva smesso di insegnare? Non voleva più viaggiare solo con le parole?

«Wow. Possiamo aspettarla qui? Vorremmo parlarle.»

«Certo che potete, vi porto due bei piatti di spaghetti alle vongole, che dovete riprendervi dopo questi esami!»

Jenny ridacchiò vedendolo rintanarsi in cucina; le due ragazze, invece, aprirono l’annuario e subito dopo il librino con i racconti rubati. Per ammazzare il tempo si misero a leggere il racconto del mese.

Viaggiare. C’è cosa più bella? L’ignoto di una via, le strade affollate di turisti e il silenzio di strade nascoste. Quando viaggio volo sopra i grattacieli, vedo sopra i fiumi e laghi, e torno diciottenne.

Ho fatto il mio primo viaggio dopo la maturità. È stata mia madre a regalarmelo. Disse che me l’ero meritato, studiando sodo, e mi regalò uno zaino e un biglietto per Londra. Bella Londra. Londra sa far vedere nascondendo, mostra le sue vere bellezze a chi sa guardare oltre. Perché i musei sono magnifici, i parchi stupendi, gli scoiattoli, i monumenti. Ma il bello di Londra è come si respira. Londra la respiri in apnea, nella sorpresa di ogni piccolo angolo a Notting Hill. Londra è quel piccolo souvenir che attacchi al frigo e ti fa venir voglia di fermarti lì davanti ogni volta che passi in sala da pranzo. Londra è tanto, Londra è tantissimo altro. Sono le meraviglie di Camden Town, i sorrisi della gente spaesati davanti alla mappa della metro. Londra è bella come un tramonto in estate, seduti sulla riva del nostro amato lago. Londra mi ha fatto diventare grande. Spero, ogni volta che tornerò, di risentirmi piccola. È stata Londra a farmi venir voglia di insegnare, è stata Londra a farmi conoscere mio marito. Londra è la mia seconda casa.

Le ragazze non voltarono pagina ma si guardarono strabuzzando gli occhi.

«Zia Cami?!» esclamarono all’unisono. E, proprio in quel momento, zia Cami, spuntando dietro di loro, ridacchiò.

«Volevo farvi una sorpresa, porca miseria, come avete fatto? Ho messo troppo profumo? O è l’odore di pesce che mi sta attaccato addosso?»

Luna si alzò di fretta e andò ad abbracciarla fortissimo. Era davvero più di una zia per lei e in qualche modo la spaventava che potesse essere quel ladro di racconti. Non voleva incrinare la fiducia che aveva in lei e quelle parole le suggerivano di non esserlo. Perfino un suo racconto sembrava rubato dal ladro. Quale ladro si ruba da solo un racconto? O non aveva modo di completare la raccolta e…

«Ho un regalo per voi» disse Cami, sedendosi vicino a loro e poggiando quattro biglietti per Londra sul tavolo. Andata e ritorno per due persone, per Jenny e per Luna.

«A-anche per me?» chiese Jenny sorpresa. A Luna si bloccò la voce in gola.

«Perché?»

«Non c’è un perché per regalare un viaggio. È il dono più grande che si possa fare a qualcuno. È regalare tempo, regalare vita.

Voi ragazze avete appena chiuso un capitolo importante della vostra. Prima delle grandi decisioni, prima del “cosa farò dopo la scuola”, volevo che vi prendeste una settimana per voi. Andate a casa, fate la valigia e domani andate.

«Domani????» esclamarono contemporaneamente le due.

«Domani sera. Ma i vostri genitori lo sanno già, ho parlato con loro prima di farvi un regalo del genere. Sono d’accordo! Anzi, tua mamma non vede l’ora di farti vivere una Londra diversa, Jenny. Senza di lei, ma con l’appoggio di casa.»

«Mia mamma ci lascia casa? O viene anche lei?» chiese titubante Jenny, che a Londra aveva passato una bellissima infanzia.

«Vi lascia casa. È importante che facciate da sole questa esperienza. A me… ha cambiato la vita. In un certo senso mi ha cambiato la vita, quel viaggio. Quel primissimo viaggio.»

Fece per alzarsi, ma Luna le prese una mano.

«Abbiamo saputo che hai insegnato, zia Cami» sussurrò Luna, mentre Jenny prese l’annuario e le mostrò una foto. Una bellissima e giovanissima versione della zia spaccava l’obiettivo.

«Eccoti.»

«Wow. Una vita fa, ragazze» si emozionò Cami e tornò a sedersi.

«Guardate, la vita è imprevedibile. Per anni potete essere qualcuno e poi, all’improvviso, senza alcun campanello d’allarme, la vita sterza, frena, rallenta o impenna. Decolla. Per me è stato così. Mi piaceva insegnare ma sentivo che comunque qualcosa non mi apparteneva del tutto. Ascoltatevi sempre, ragazze, cercate quella cosa che vi smuove. Lavorare è per tutta la vita, impegnatevi perché sia bello.»

Luna si commosse appena. Zia Cami era forse la donna che per lei più si avvicinava a una madre. Il padre non l’aveva mai fatta andare all’estero, nemmeno a Londra dove Jenny aveva la casa, mai.

«Sei sicura che papà ti abbia detto…?»

«Mi ha detto di dirti di fare la valigia. Mi ha detto che ti meriti tutto e sono d’accordo. Andate a fare la valigia ragazze…»

Willy sentì, mentre usciva dalla cucina con due piatti fumanti di spaghetti:

«Ah, non ci pensare. Vanno dopo, a stomaco pieno!»

Finirono gli spaghetti e uscirono con gli zaini in spalla e il libricino in mano.

Di fronte a loro, uno sconsolato Mike viaggiava a sguardo basso verso casa sua.

«Cazzo, Mike…» sussurrò Luna, prima di corrergli incontro.

Lui la vide, sospirò appena e poi notò Jenny e il libro.

«La tua amica è tornata e non hai più bisogno di me? Interessante. Speravo che uscendo da quell’aula ti avrei vista. Mi avevi detto che ci saresti stata.»

Luna si sentì uno schifo, ma Jenny intervenne, capendo la situazione.

«Siamo andate a prenderti un regalo, ma abbiamo fatto tardi. Speravamo di tornare prima» disse, mollando in mano al ragazzo i suoi biglietti per Londra.

Era vissuta a Londra per anni, ci era andata anche il mese prima, doveva aiutare la sua amica. Sapeva, anche se non se n’erano mai parlate, quanto quel pirla le piacesse.

«L-Londra??» chiese lui sconvolto, rigirandosi i biglietti fra le mani.

«Londra» prese coraggio Luna. «Partiamo domani, io e te, e alloggeremo gratis a casa di Jenny.»

Luna e Jenny si guardarono in un modo che solo chi ha un’amica del genere può comprendere. Un’intesa incredibile si accese coi loro sguardi e si divincolò solamente nel momento in cui Mike abbracciò forte Luna.

«Io devo scappare ragazzi! Ci vediamo prima della partenza!» esclamò Jenny allontanandosi di fretta.

Luna, invece, si perse in quell’abbraccio. Si strinse a Mike di più e rimase stretta a lui ancora, e ancora.

«L’orale è andato bene?» sussurrò senza muovere un muscolo.

«Molto. E comunque non è la cosa più bella successa oggi.»

I due ragazzi si sedettero sulla panchina del gelato dell’altra volta e Luna gli porse il libro di racconti. Gli spiegò le teorie su zia Cami e ammise di aver cominciato senza di lui a leggere.

Lui ridacchiò, si mise in pari, e poi continuarono a leggere insieme. Che fosse quella la cosa più bella della giornata?

Quando arrivai a Londra fu tutto limpido, pulito. Viaggiare in solitaria mi aveva dato un’energia, una carica bellissima. Mi aiutava a vedere luoghi che forse nemmeno c’erano e mi fece diventare grande in una settimana.

Quando ero sola vedevo realmente gli altri e, dopo anni di solitudine anche in mezzo a tante persone, per la prima volta in cui mi trovavo da sola… sentii di non esserlo, e lo vidi.

Era un bel ragazzo alto, sulle sue. Fotografava una coppia su un ponte del Tamigi. Chi pensava che potesse diventare mio marito? Mi fermò con una scusa, mi fece una foto e poi mi chiese se volessi andare con lui a svilupparla, perché voleva lasciarmela a tutti i costi.

“Sei venuta troppo bella” mi aveva detto, col suo chiaro accento non british. Capì che non era di lì, capii che era un ragazzo con del coraggio. Un cameriere.

“Cameriere nella tua città non era meglio?” gli avevo chiesto mentre giravamo per la città insieme, come se fosse la cosa più naturale del mondo da fare con uno sconosciuto.

“Londra è piena di vita e di possibilità. Faccio un po’ di soldi con le foto, con il lavoro, e mi pago un corso di cucina. E poi, al ristorante, anche lì imparo in un certo senso.”

Gli avevo chiesto se fosse vero, se a Londra sanno davvero cucinare, perché era da giorni che mangiavo solo hamburger. Lui rise e mi guardò negli occhi.

“Vedrai. Lo chef è italiano, il suo secondo è francese” disse con orgoglio, davvero fiero del proprio percorso. Aveva venticinque anni e tanta voglia di mettersi in gioco. Decisi di cominciare a giocare con lui.

Lo seguii fino alla casa, un monolocale che aveva adibito a laboratorio in cui sviluppare le foto. Era il posto più piccolo che avessi mai visto.

Non c’era cucina, se non per una piastra elettrica attaccata forse all’unica presa a disposizione. Ma era il centro di Londra.

“Dalla finestra vedo la regina, non posso mica vivere da re” mi aveva detto scherzando, all’entrata. Dormiva su un divano ed era così alto che sicuramente non ci stava nemmeno per intero.

Mi ero già innamorata. Dei suoi sogni, del suo modo di vivere. Eravamo in linea, continuammo insieme senza alcuno stravolgimento.

Vivemmo a Londra fino a quando lui non fu pronto ad aprire il suo locale. Lì dovemmo decidere e decidemmo di tornare, al mio paese. Mi amava, voleva per me che mi riavvicinassi alla famiglia; ci accompagnammo in ogni scelta, all’altare e dopo.

Poi volevamo un figlio, un marmocchio a camminarci tra le gambe, a cui cucinare i piatti più buoni.

Ma non arrivò mai, e ci amammo comunque ancora, se non di più. Perché la vita è assurda e non va mai come i piani. Marmocchi tra le gambette sono passati tanti, anche se non erano proprio figli nostri. E i nostri piatti, li hanno fatti crescere, diventare grandi.

La vita cambia in un attimo, se si ha il coraggio di voltare una pagina, di andare oltre gli errori, di mettersi in gioco e di capirsi. In questo mondo, dove un aereo vi porta dall’altra parte del mondo in una manciata d’ore, non esiste la solitudine, se siete pronti a vedere gli altri.

Per farlo, però, gli occhi bisogna aprirli.

@Lampo

Racconti Rubati cap.5 – La chiappa dell’artista di latta

«Devi andare a toccare la chiappa dell’artista di strada giù al porto. Dai, quello là, l’artista di latta»
L’artista di latta.
A me sembrava proprio una cavolata e una cafonata. Mi ero schiantato col Maggiolino giallo di mia zia, e avevo perso anche l’ultimo punto della patente. Avevo fatto ammenda di tutti i miei peccati, però, e avrei semplicemente dovuto ridare l’esame della patente. Ma no, non bastava…
«Fidati, tocca la chiappa dell’artista di latta o ti va tutto male. Tutto!» mi aveva detto quel disgraziato del giornalaio.
Tiè. Gli avevo fatto un cenno prima di toccarmi le palle; le mie, e non il sedere freddo di una statua di latta. Tutto male! Disgraziata la gente che si inventa tali leggende!
Luna rise, interrompendo la lettura del racconto di giugno che stava facendo con Mike in pausa pranzo, all’aperto, sui tavoloni di cemento della scuola. Gli insegnanti non adoravano che si mangiasse fuori dalla mensa ma ai maturandi, ormai prossimi di addio, concedevano pressoché tutto perché in fin dei conti ammettevano anche loro che quei ragazzoni gli sarebbero mancati.
«Tu la conosci la leggenda della chiappa dell’uomo di latta?!» ridacchiò con lei Mike, addentando poi una mela.
«Conoscerla… non proprio. So che porta fortuna toccargli la chiappa ma non so come mai.»
Mike indicò il libricino davanti a loro e poi ammiccò.
«Se non te la spiega il fenomeno del libro, qua, dopo te la racconto io.»
Luna sorrise e sfiorò per sbaglio l’avambraccio di Mike con una mano, arrossendo subito al contatto. Le erano venuti per un attimo i brividi.
Quand’era stata l’ultima volta che aveva provato quella stretta allo stomaco? Non aveva più fame, ma percepì per un attimo di avere come male dentro. Si sentì inadeguata ai propri pensieri finché Mike non la prese sotto braccio e la strinse con calore. Le diede un bacio sulla tempia, fra i capelli, e continuò con naturalezza a leggere senza dirle altro. Era nato per leggere, pensò Luna. Aveva davanti sicuramente una carriera da lettore di audiolibri o da speaker delle radio.

Luna rise. Di gusto.

«Dovrei crederci? O te la sei inventata?»

«Se me la fossi inventata non ci crederesti…?» Mike rise e toccò anche lui la chiappa dell’artista, poggiando la mano sopra quella di Luna.


In ogni caso io ci sono andato, giù al porto. Perché chi sfida la sorte poi merita anche che le cose poi gli vadano male, non credete? Però quando stavo per arrivare alla statua di latta; bella imponente, tutta d’un pezzo… non mi si è presentata davanti quella sventola di Marika? Marika era come la luce in fondo ai tunnel delle giornate buie. Marika era un sorso d’acqua di fontanella quando in tasca non hai un soldo per le macchinette. Marika era luce, acqua, e pure gas! Aveva ereditato una casa stupenda da suo nonno, su in collina. Casa con il barbecue in giardino, l’amaca e perfino il biliardino. Stava per fare i lavori per metterci pure la piscina, hai capito Marika!? Me la volevo sposare. Le sono corso dietro forse un po’ come un pervertito ma lei ha capito le mie buone intenzioni. Non me l’ha mica data Marika, era fidanzata! Fatto sta che io comunque ci sono andato dietro tutto il pomeriggio. Ho pagato il gelato, una rosa rossa di un venditore ambulante, e poi a cena purtroppo doveva essere a casa. L’ho accompagnata fin lì e ho fatto finta di conoscere un sacco di cose belle sulla gente e sul quartiere. Un baro, ecco quello che ero. Ma Marika era così bella. Due seni gonfi come meloni, la vita stretta e poi di nuovo un sedere bello pieno e sodo. E poi mi ero perso. L’avevo accompagnata fino a casa e poi non riconoscevo più dove fossi, altro che lupo di quartiere! Avevo vagato fino a ritrovarmi in un bar e poi mi ero fatto una birra accarezzato dal vento dei colli, mentre il cielo si oscurava.
Se solo avessi incontrato Marika di notte… sulle stelle sapevo davvero tutto, e non devo inventarmi niente. Ho passato la serata così. Il vento, una bella birra, e i pensieri di Marika, la mia stella. Infine mi ero addormentato su una panchina, ricordandomi solamente il giorno dopo, svegliandomi infreddolito, che avrei dovuto dare l’esame della patente!
Fatto sta che non si sa come ci sono arrivato. A fare l’esame almeno, dico. Poi mi hanno segato.
E niente, zia mi ha tirato le orecchie e mi ha detto che sono un buono a nulla, mentre quello sfigato del giornalaio mi ha rinfacciato di non essere andato a toccare la chiappa di latta dell’artista, che esaudisce ogni desiderio.
Mike smise di leggere e diede a Luna un bacio sulla guancia. Delicato, come una lieve carezza del vento.
«Questo sta tutto fuori di testa, mi ricorda qualcuno…»
Luna si riprese a fatica dalla situazione, rossa in viso.
«S-sì, io penso di averlo capito. Parla di una zia con un Maggiolino giallo. L’unica persona in paese che ha guidato un Maggiolino giallo è, appunto, il marito di Marika»
«Che ha la villa sui colli!» incalzò Mike.
«È lui, è certamente lui. Non so come l’abbia conquistata ma ora hanno dei figli insieme, che hanno circa la nostra età, no?»
Luna annuì, alzandosi.
«Un po’ più piccoli, ma sì. Andiamo a cercare Ben? È importante, ci stiamo avvicinando alla verità! E poi devo toccare assolutamente la chiappa di latta della statua del porto, non posso andare all’interrogazione di domani senza averlo fatto.»
«Questione di priorità, la capisco, Milady, e sono pronto ad accompagnarla» disse Mike alzandosi a sua volta e porgendo il braccio per essere afferrato.
Luna camminò con Mike in una strana atmosfera intima. Era l’una, ed era deserto quel lato del quartiere.
«Ti va un gelato?»
Era cominciata con quella frase e poi si persero. Parole su parole, su parole. Passarono le ore da un giornalaio all’altro per chiedere del famoso Ben che stavano cercando. Luna non si era mai sentita meglio prima. A suo agio, non imbarazzata. Era solo… Luna. In un attimo si fece buio, proprio quando i fari di un Maggiolino giallo li investirono prima di svoltare verso una viuzzola. Mike le afferrò la mano e cominciò a correre dietro l’auto. Svoltò un vicolo, l’altro e poi la vide fermarsi davanti a un’edicola, in lontananza, quando entrambi i ragazzi pensavano che ormai l’avrebbero perso. Senza fiato si avvicinarono e sorrisero, sudati sulla porta, mentre si poggiavano con le mani sulle ginocchia.
«L-lei lo sa che c’è il limite dei 30? O vuole dare ancora una volta l’esame della patente?» bofonchiò Mike, mentre Luna gli diede una gomitata su una costola, facendolo gemere.
«E voi chi siete? Chi vi ha detto della patente?»
«In che senso chi…?»
«No, adesso voi state buoni» si avvicinò l’uomo a loro, minaccioso, mostrando i muscoli.
«I-io la sto cercando per via di questo, è importante!» Luna li interruppe mostrando il piccolo quadernetto rilegato con i racconti stampati in script e degli appunti a mano. Ben lo avvicinò agli occhi e sospirò.
«Questo è il mio tema di maturità, era sulle casualità della vita. Il credo, il… come si dice, dai… il… feto?»
«Il fato?» azzardò Mike.
«Ecco, sì, sì, il fato, il fato, non il feto!»
Luna trattenne le risate senza problemi, non avendo ancora fiato per far molto.
«Tema di maturità del…?»
Ben si mise a pensarci.
«Io sono del ’72, però non è che ho fatto la maturità a diciotto anni. Forse ne avevo ventuno, o venti. Mhm proprio non me lo ricordo quando ho dato l’esame.»
Mike si avvicinò a lui e gli fece un complimento per la giacca di pelle nera. Era una strategia; Mike aveva sempre una strategia quando faceva qualcosa.
«Avevi però i punti della patente e hai dovuto ridarla, ma ti hanno bocciato. Prova a pensarci bene. Magari è lì sulla punta della tua lingua anche se pensi di non ricordarlo.»
Ben sorrise appena e si concentrò. Aveva preso la patente subito e aveva finito di perdere i punti in tempo lampo. Doveva ricordarsi…
«Mhm… 21. Sì, avevo 21 anni, doveva essere il…»
«’93. Annata ’93.»
«Grazie!!!» esultò Luna cominciando a saltellare sul posto. Adesso non restava che cercare qualcuno che avesse a che fare con quell’esame di maturità. Forse un insegnante? Non erano in alto mare, finalmente. Avrebbe potuto instradare delle piste, e fare dei tentativi, per lo meno.
«’93, sì… ma ora devo scappare.»
«Salutaci Marika» disse Luna riprendendo un po’ il fiato e mostrando un dolce sorriso a guance rosse.
«Certo. Chi… devo dire che siete?»
«Amici del ladro di racconti» si inserì Mike, e trascinò via Luna raggiungendo il porto. Le luci davanti e dietro, la calma ovunque. Luna poteva dire di sentire i pesci respirare nell’acqua e le vele chiuse delle barche sussurrare assieme al vento.
«Credo che sia un insegnante. È facile accedere a racconti, più o meno privati, da insegnante. Se questo è della maturità del ’93 possiamo trovarlo!» disse Luna emozionata.
«Ma certo che lo troviamo, avevi dei dubbi?»
Mike le prese la mano e le disse di chiudere gli occhi. Luna ebbe un sussulto al cuore, ma poi sentì freddo gelido sotto il palmo della mano sinistra. Mike le aveva accompagnato la mano a toccare la chiappa della statua dell’artista di latta.

C’era una volta un artista di strada. Non sapeva fare molto. Un po’ faceva l’equilibrista su un monociclo e un po’ lanciava i birilli in aria per poi riprenderli a tempo e formare coreografie. Ma lui sorrideva. Aveva capelli folti ricci e indossava un naso rosso da clown, forse per giustificare le gote rosse che aveva mentre eseguiva i propri numeri.
Spesso cadeva, spesso gli cadevano i birilli, ma lui sorrideva. E la gente, per quel sorriso, pagava una moneta. Un giorno l’artista di strada si ammalò.
Non poteva più lanciare i birilli o fare i percorsi sul suo monociclo, quindi smise di andare al porto. Ma la gente lo cercò, e andò a casa sua. Portarono lui delle medicine e bende calde per farlo stare meglio, ma non recupererò le sue abilità. Le mani gli tremavano, ormai, e così anche le gambe. Ma la gente insisteva.

«Vieni, vieni al porto!» gli diceva la gente.
Presto l’uomo capì che la sua arte non era lanciare i birilli o girare sul monociclo. La sua arte era sorridere.
Per questo un artista, anni e anni dopo, in suo onore, decise di costruire un artista di latta che lo ritraesse sorridente e con una mano ad indicarsi una chiappa.
Perché… così avrebbe portato fortuna a tutti coloro che avevano ancora voglia di farsi una risata… toccandogli una chiappa!

«No, hai ragione. Perché rischiare?»

@Lampo

Racconti Rubati cap.4 – Occhio a Pinocchio

Luna era in doccia. Lasciava scorrere l’acqua calda sul corpo e si sentiva rinascere. Era il momento in cui si era insaponata, sciacquata, lavata bene, e tutto ciò che doveva fare era aspettare che l’acqua calda continuasse a scendere, prima che il boiler si esaurisse. Era il momento che preferiva. Le permetteva di pensare.

Era passato qualche mese dall’inizio della sua avventura, dal ritrovamento del libro nella buchetta delle lettere, e Luna aveva deciso di fare sul serio nella ricerca di quel ladro di racconti. Aveva ricevuto qualche indizio, lasciato a destra e a manca nella storia, e sentiva di aver ristretto il campo. Gilda, la compagna di banco dell’anonimo bambino che aveva raccontato della frana che uccise Kevin, aveva un nome singolare. Non fu difficile trovarla in paese, una Gilda. Era stata appena citata a livello di racconto, ma a Luna non sfuggiva niente.

Fu strano per lei vederla grande, bella, alta e in blazer nel suo studio notarile, in centro. Ricordò con lei quella tragedia davanti a un caffè della macchinetta, ma poi dovette lasciarla, bella presa dalla sua vita adulta.

Come sarebbe stata la vita adulta di Luna? Non bastava una doccia per quella riflessione. Spense l’acqua non appena cominciò ad arrivare fredda, si infilò l’accappatoio e fece i suoi primi passi su un morbido tappetino di pezza. Si guardò allo specchio.

Era più rossa del solito, dopo la doccia calda, e sorrise al proprio riflesso. Qualunque cosa avesse deciso di fare… era certa l’avrebbe fatta col sorriso.

«Lu!» spalancò la porta del bagno il padre e sorrise nel vederla nel suo accappatoio rosa fluo.

«Devo scappare in paese, alla sagra non hanno i fisici per sollevare certe pentole. Vado ad aiutare Willy e gli altri.»
«Vai vai, non ti preoccupare. Me la cavo.»
«Puoi invitare Jenny se vuoi, io faccio tardi stasera.»

Luna sorrise e lo salutò attraverso lo specchio con una mano. Jenny non era in paese, purtroppo. Era tornata a Londra per una vacanza primaverile, per cercare di legare un po’ di più con sua madre, con la quale ha un rapporto un po’ ballerino. Ma non le importava, sarebbe stata bene. Aveva già messo in conto di infilarsi il pigiama, sistemarsi la faccia con una maschera viso e ordinare una bella pizza da mangiare sul letto mentre si metteva comoda per leggere un bel libro.

Oh, doveva anche continuare con i racconti, il mese di maggio era arrivato! Si mise a cantare, mentre si infilava un bellissimo e comodissimo pigiama che aveva sulla pancia il disegno di una enorme mucca e i pantaloni a macchie che la richiamassero. Si asciugò i capelli, li legò in una cipolla fatta a caso sulla testa e si spalmò un’efficientissima maschera sul viso, nera. Bella proprio.

In quel momento suonarono alla porta e Luna andò ad aprire, sbuffando appena nel guardare nello spioncino prima di spalancare la porta.

«Oh mio Dio, Luna. Luna… nera?»
«Sei sempre simpatico Mike. Mio padre però è alla sagra di paese, se vuoi andare a pescare con lui nel weekend chiediglielo, io devo andare!»

Fece per chiudergli la porta in faccia ma lui la fermò con un piede.
«Ma vengo proprio da lì. Tuo padre mi ha detto che eri tutta sola a casa e che forse avresti chiamato Jenny. Per questo ho portato pesce per tre! Come quando eravamo piccoli, no?»

Fece un grande sorriso mostrando una busta piena di contenitori di alluminio belli sigillati, da cui l’odore di pesce fritto si sprigionava con intensità.

Luna fece un sorriso sorpreso.
«Però Jenny non c’è, è tornata a Londra.»
Mise su un labbruccio triste Luna, coronato in modo meraviglioso da quella maschera viso.
«Al massimo le facciamo una videochiamata, dai. Divano e serie TV?»
Propose lanciandosi dentro come se fosse a casa sua.

Era un amico di famiglia ormai da sempre, in qualche modo di casa lo era.
«Pensavo più a pizza e lettura… ma mettiti pure comodo» disse sarcastica, nel vederlo togliersi anche le scarpe e aprire i contenitori col pesce sul tavolino davanti al divano.
«Ho preso anche le patatine fritte!» disse euforico, cominciando a mangiarne.
«Che stai leggendo? Sono mesi che sei tutta strana, Jenny si è fatta scappare sotto tortura una cosina, ma giuro che sono stato molto bravo ad estorcerle, non ha cantato facilmente.»

Luna prese posto accanto a lui e mangiò una patatina, ma sentì il viso con la maschera tirare.
«Devo andare a togliere la maschera, ma dopo ti racconto tutto. Però giura di non prendere la cosa sul serio, come fai sempre. O al contrario, di darle della cavolata e prendermi in giro.»

Mike alzò le spalle, nella sua felpa larga.
«Non ti ho preso in giro che sei vestita da mucca con della terra in faccia! Per me puoi stare tranquilla!»

Luna rise andando a ripulirsi il viso e quando lo raggiunse decise di raccontargli per filo e per segno quello che stava accadendo, quello che stava leggendo e cercando. Mike divorò con lei tutto il pesce e poi si spaparanzarono sul divano alla ben’è meglio. Le pance piene al soffitto, le gambe un po’ intrecciate per stare ognuno su un bracciolo, mezzi stesi e comodi.

«È interessante. Quindi sto tizio ruba racconti alla gente. Li mette insieme e parla con te cercando di essere scoperto? Che senso potrebbe avere? L’unica cosa che mi viene è che potrebbe essere tuo padre. Come potrebbe sapere quelle cose sul tuo abbandono? E perché dovrebbe cercare un contatto con te, altrimenti?»

Luna perse un battito, e guardò Mike negli occhi.
«Potrebbe, sì. O… potrebbe anche essere mia madre.»
«Anche, certo. E conosce bene tuo padre, e la tua famiglia. E Poppy e la sua. Kevin viene citato spesso e il racconto dove mangia la cioccolata di notte mentre crede di essere mangiato dalla cioccolata è un qualcosadi molto intimo. Potrebbe essere Poppy stessa? Per risvegliare un po’ la memoria di suo figlio?»

«Boh non lo so… ho così tante domande.»
Luna sospirò. Ne aveva davvero la testa piena.
«Leggiamo insieme il prossimo? Vorrei leggertelo io. È da tanto che non leggo qualcosa a qualcuno.»

Luna annuì e lo lasciò fare. Le sue labbra si muovevano piano, e poi veloci. Si assottigliavano e poi gonfiavano, in base a cosa andavano a pronunciare. La sua voce era calma e Luna distolse lo sguardo sentendo le guance arrossare. A volte, le cose che cerchiamo, sono sotto il nostro naso.

C’era una volta Pinocchio. Ma non il classico Pinocchio. Al classico Pinocchio a ogni bugia si allungava il naso, a questo, invece, ogni volta che qualcuno lo trattava con gentilezza, un lunghissimo ed enorme, super invasivo, naso si accorciava, e gli permetteva di avere un pochino meno mal di schiena. Ma era difficile che ciò accadesse, perché era ingombrante.

Quando doveva attraversare la strada e guardava per bene a destra e sinistra, spesso era lui stesso a causare incidenti, o addirittura a prendere in un occhio, col naso, qualche pedone sul marciapiede opposto!

«Occhio a Pinocchio!» era la frase che più sentiva dire in generale. E lui voleva urlare a tutti che bastava un poco di gentilezza e il suo uso sarebbe guarito, come un raffreddore, o una febbre. Ma non poteva perché dirlo avrebbe, invece, vanificato l’effetto.

Stava per attraversare la strada, anche quel giorno, quando a sguardo basso, fece strisciare il suo naso in diagonale accanto alla spalla sinistra, sperando che qualcuno gli desse l’OK per andare sulle strisce.

«Pinocchio?» sentì una voce bianca, bassa. Piccola. Riccia.
Una bimba sorridente e scompigliata, con lentiggini e capelli rossi più incasinati di Pinocchio, si fece avanti non ottenendo risposta.
«Signor Pinocchio? Le posso dare la mano? Così attraversiamo insieme.»
«Sei da sola, piccola?» chiese Pinocchio con gentilezza.

«La mia mamma ha attraversato la strada a sguardo basso perché sta sempre al cellulare. È dall’altra parte, ma ora deve aspettare che diventi verde anche per me che seguo le regole.»

Pinocchio le sorrise e vide scattare il verde.
«Vieni con me, dai» lo aiutò ad attraversare e il suo naso riaccorciò della metà, riuscendo a fargli alzare meglio il viso verso il cielo.
«Wow, che meraviglia. Non penso di aver mai avuto il naso così corto!»
«Non so quanto tu sia abituato ad avere il naso lungo, Pinocchio, ma ti assicuro che ti sta proprio bene su quel dolce faccino di legno.»

Ed ecco di nuovo il naso accorciarsi.
«Per la miseria! Ma allora…» la bambina fece un sorrisetto malizioso.
«Sei stupendo, bellissimo, dolcissimo, sexyyyy!» si lasciò andare, capendo come funzionava la questione complimenti, gentilezze e accorciamento del naso. E fu proprio lì che smise di funzionare.

Pinocchio ringraziò molto e si incamminò di nuovo verso casa.
«Ehi, anche se non funziona più… va molto meglio, no?»

Pinocchio poteva quasi guardarsi la punta del naso. Vide un uccellino poggiarsi sulla sua appendice di legno, cinguettare e poi spiccare nuovamente il volo, lasciando partire una delle sue cagate colorate sulla giacca dell’uomo accanto a lui, sul marciapiede appena raggiunto.

«Dannato uccellaccio e dannato burattino di legno! Li attiri come le piante, gira a largo da me!» Lo spintonò e Pinocchio cadde male sul prato, con naso che tornò immediatamente ad allungarsi.

Era da tanto che viveva le giornate in questo modo. Naso lungo, naso un pelo meno lungo. Non riusciva mai troppo a far vincere la gentilezza nella sua vita. Eppure, lui si impegnava così tanto. Faceva tanti saluti cordiali e sorrisi, cercava di aiutare le persone anziane con la spesa, e di trattare bene tutti quanti, sul proprio cammino.

Geppetto, il suo vecchio, lo vide da lontano e gli si sedette accanto, sul prato, porgendogli un trancio di pizza calda fra le mani, appena presa al forno.

«Per te, figliolo, perché te lo meriti. Oggi è stata una dura giornata.» Il naso si accorciò nuovamente e Pinocchio sorrise.

A fine giornata, in qualunque modo fosse andata, chi era fiero di lui e riconoscente della sua dolcezza, riusciva sempre a farlo dormire, perfino a pancia in giù, col naso bello corto.

Ed è perché nella vita non si può piacere a tutti. Ma c’è comunque una magia: qualcuno, pochi, a volte anche solo una persona, sarà sempre pronta ad amare tutto di noi.

Luna vide Mike alzare lo sguardo dal racconto e arrossì nuovamente.

«S-si capisce davvero poco di questo racconto. Insomma, chi lo ha scritto, il perché…? Si allontana da Kevin.»

«Eppure…» Mike, pensieroso, guardò le righe che aveva appena letto.

«La pizza al taglio, l’attraversamento pedonale, il parco. Conosco questo angolo del paese… è…»

«Parco di Geppetto!» dissero insieme i due ragazzi, per poi scoppiare a ridere.

«Domani ci andiamo, e facciamo qualche domanda in giro. Per me è un racconto che ha scritto qualcuno che ha la casa che dà sul parco. Dallo stile sembra ricordare un ragazzo, non un bambino.»

Luna aveva appena deciso che Mike sarebbe stato il suo compagno d’avventura in questa caccia al ladro.

«Però il ladro di racconti ha ammesso di essere un ladro» proseguì Luna, mettendosi di scatto a sedere.

«Tu dove ruberesti dei racconti!?»

«A… scuola?»

@Lampo

Racconti Rubati cap.3 – Lucrezia e Filomena

Luna si era concessa una pausa da quel libro di racconti, perché la vita l’aveva messa in difficoltà e voleva riprendersi a piccoli passi. La scuola era dura e se non recuperava un paio di materie la sua ammissione all’esame di stato era a rischio.

Inoltre, leggere il racconto extra, nel mese di febbraio, non l’aveva aiutata. Si sentiva colpevole, un baro. Suo padre, da pescatore, aveva sempre amato raccontarle storie di pirati, marinai, bari e locande e lei era cresciuta con la giustezza sotto pelle. Non era una santa, era un’adolescente, ma spesso si sentiva in colpa a danni fatti, diciamo.

Quindi, più che prevenire, era una che doveva curare i propri comportamenti, e pagarne le conseguenze. Con due insufficienze era stata senza cellulare due settimane, aveva studiato, studiato e ristudiato per un bel mese pieno ed eccola lì di nuovo, col suo naso dai tratti dolci al sole, affacciata alla finestra di casa sua.

La riva del lago dalla sua finestra si vedeva solo per uno spicchio, il più lontano rispetto a dove il padre la trovò ormai diciassette anni prima.

Sospirò. Voleva riprendere col racconto di aprile ma sapeva che poi sarebbe stato difficile aspettare fino a maggio per leggere il continuo. Però doveva farlo, anche se l’ultima volta aveva fatto così male. Stava unendo i puntini, lo aveva raccontato anche a Jenny qualche giorno prima.

L’amica aveva risposto col suo meraviglioso accento British, affermando:
“Non sono di qui, lo sai, non conosco un Kevin, ho vissuto tutta la mia infanzia a Birmingham…”

E Luna l’aveva, come sempre, interrotta per poi finire, a modo suo, la frase, perché ormai era diventato un modo per lei di divertirsi e prendere per il culo l’amica.

“Oh my God, yes! L’asilo a Birmingham, mamma era single mum chef. La materna a Oxford, quando mamma si è sposata con un pilota che aveva casa a Watford. Oh my God le passeggiate al Leavesden Park, wonderful! Ma vaffanculo che abitavi a due km dalla Warner Bros Studio Tour di Harry Potter e manco lo conoscevi. Sei una pippa.”

Le due avevano riso assieme ma Luna poi si era fermata, perché in adolescenza la spensieratezza muore così, come una folata di vento, subito inseguita da pensieri duri e difficili.

Luna aveva raccontato a Jenny di Kevin e questo le bruciava un po’ la base dello stomaco. La faceva stare male. Doveva semplicemente leggere e andare avanti, proprio come nella vita, difficoltà dopo difficoltà, affrontandone disgrazie e ricordi.

C’era un posto, però, in cui sarebbe dovuta andare, prima di proseguire.

Dalla finestra scorse finalmente ciò che stava attendendo: suo padre. Il trucco era sempre vederlo dalla finestra, infilarsi velocemente le scarpe, lo zaino in spalla e uscire esattamente un secondo prima che lui raggiungesse la porta.

«Oh, pà, sei qui! Sto giusto andando a studiare da Jenny!»

«Sarà meglio che intendi che stai fisicamente andando a casa di Jenny, per sederti al tavolo della sua sala, con gli appunti davanti, per leggerli e rileggerli più volte. Perché se per casa di Jenny intendi che vai da Jenny per poi andare a fare compere, per poi fermarti al parco, prendere il sole e spettegolare su—»

«Scappo papà sono in ritardo, un bacio, muah!» Gli mandò un bacio a schiocco da lontano e corse verso casa di Jenny; svoltò di dietro l’angolo e si incamminò lungo la salita che avrebbe condotto al cimitero del paese.

Luna non lo sapeva il perché, ma a quanto pare all’uomo piaceva costruire i cimiteri in luoghi assurdi, per insinuare in ogni visitatore il famoso dubbio.
«Ci vuoi andare sul serio? Guarda che non è un bel posto.»

Luna sorrise all’ultima salita e poi superò il grande cancello inferrIato. Passò accanto alle lapidi dei nonni paterni, i genitori di Dan, e vi si fermò quando vide una bellissima pianta rigogliosa di orchidee blu. Non aveva portato nemmeno un fiore ai nonni, non era una cosa carina.

Invece che rimediare, però, Luna prese un’orchidea dal vaso di nonna Betty, mandò un bacio verso la foto sorridente fissata al marmo e cercò e cercò.

La lapide di Kevin era in disparte, in una parte di cimitero particolare, un luogo più simpatico, da cui si poteva guardare il paese dall’alto, oltre una recinzione. Era un luogo suggestivo e particolare, dagli odori più disparati. C’erano cinque lapidi di bambini, messe tutte vicine, anche se cronologicamente appartenevano ad epoche molto diverse.

Una bambina di nome Melissa, con un sorriso contagioso e una bellissima maglia rosa flash, accendeva quell’angolo di tristezza e morte. Aveva nove anni. Cosa si scrive sulla lapide di chi muore a nove anni? “Amava tanto la cioccolata e si sporcava a mangiarla”?

A Luna salì un attimo di rabbia nelle viscere. Pensò a tutti i vecchi scorbuto che incontrava al mercato, alle vedove maleducate che trattavano male lo zio Willy al ristorante, alle zitelle giovani che giudicavano il modo di vestire di suo padre. Perché loro no e questi bambini sì? Perché a loro non è stato concesso un futuro?

Luna si sedette di fronte alla lapide di Kevin e sospirò ancora, pesantemente, ma a pieni polmoni. Sentì il cervello arieggiare di nuovo, e i neuroni lavorare di nuovo assieme con armoniosa collaborazione.

Anche la scorbuto al mercato una volta era solo una dolce bambina a cui piaceva la cioccolata. E forse semplicemente era diventata cattiva e odiosa perché aveva sofferto nella vita; sofferto cose come perdere una figlia a nove anni.

Luna non poteva saperlo e non voleva giudicare. Quel posto, però, le faceva male. Perse una lacrima quando i suoi occhi passarono sopra al nome di Kevin, inciso sul marmo. Nonostante la temperatura, Luna venne colta dai brividi e prese dallo zaino una felpa.

Se la mise sulle spalle e si strinse le ginocchia al petto, lì davanti, mentre posizionava l’orchidea nel vaso di Kevin. Il vaso era vuoto, ma l’erba attorno alla lapide era piena di margherite. Era assurdo, sembrava crescessero spontaneamente solo lì attorno, come se la signora Poppy le avesse fatte piantare per Kevin e gli altri bambini.

Solitamente, sulle lapidi, Luna era solita leggere cose del tipo:
“In memoria di… Sarai sempre con noi… Figlio amato… Fratello premuroso…”

Quello che c’era scritto sulla lapide di Kevin, invece, era particolare. Strappò un sorriso alla ragazza, anche se la cioccolata non c’entrava nulla.

“Sono qui per salvare il mondo, sarò sempre qui!”

Luna si immaginò questo bambino dagli occhi azzurri e capelli biondi, come vedeva in foto, coi denti storti e il sorriso magnetico, che correva per casa con un mantello dietro le spalle e le scarpe sporche; la signora Poppy che lo inseguiva per sgridarlo urlando e lui che le urlava:
“Sono qui per salvare il mondo, mamma! Sarò sempre qui!”

Si immaginò questa scena, e poi aprì il libro di racconti che aveva ricevuto per posta.

«Kevin, caro Kevin, non so che c’entri tu con questo ladro di racconti, ma io sono Luna, è per me un piacere conoscerti» disse la ragazza, prima di cominciare a leggere.

Ci sono fiori, forse non lo sapete, che sono come avvoltoi. Appoggiati, lì davanti, esattamente dove la morte andrà a presentarsi. Sono presagio di morte, la accompagnano. A volte sono gialli, a volte sono blu, ma ve lo sentite. Credetemi, ve lo sentite.

La leggenda della Principessa del Lago narra che, Lucrezia, figlia adolescente di Re Luce, abitava questo bellissimo ed enorme castello. Sul lago, appunto: al centro del lago. Il re usciva dal castello spesso con l’aiuto di una barca privata e una carrozza che l’attendeva a riva, ma la principessa difficilmente abbandonava le mura.

Il castello, però, aveva un giardino interno dai profumi e colori più belli e la principessa si divertiva a prendere pergamena e carboncino e copiare i fiori, petalo dopo petalo, stelo dopo stelo, foglia dopo foglia e spina dopo spina. Non importava cosa disegnasse ma il fiore che il giorno prima disegnava il giorno seguente sarebbe morto.

All’inizio Lucrezia pensava fosse una coincidenza. Aveva provato a non disegnare fiori, a disegnare lo stesso tipo di fiore più giorni consecutivi, ma non c’era nulla da fare. Le sue matite a carboncino uccidevano, sembravano oggetto di una maledizione. Stava facendo stragi di fiori e ben presto si accorse che il suo potere non si limitava a questo.

Se qualcuno di esterno fosse venuto in contatto con un suo disegno, questi era soggetto a qualche disgrazia e, anch’egli, come il fiore rappresentato, faceva una brutta e immediata fine.

Lucrezia all’inizio fu spaventata da quel dono, ma poi, annoiata e in preda alle sue paturnie, date dall’età e dalla strana prigionia, decise di sperimentare e cominciare a giocarcI.

Se un’ancella la trattava male, lei disegnava una rosa rossa, e le regalava il disegno, così da andare il giorno dopo a visitarla nella sua stanza, fredda ed esanime, accanto a un vaso con delle rose appassite accanto.

Se l’insegnante di danza la rimproverava e le diceva che non aveva talento, lei rispondeva con un disegno, e poi andava, soddisfatta, a salutare la salma del malcapitato. Lo fece una, due, dodici volte, e poi, per sbaglio, Filomena, la figlia piccola di una serva, al castello, entrò nella sua stanza, guardò i suoi disegni e ne rimase ammaliata.

Prese un foglio di pergamena, un carboncino, e fece un disegno molto poco realistico di una margherita. Lo lasciò nella stanza, uscì, e nel momento in cui mise piede fuori da lì ebbe un attacco di cuore e morì sul colpo, probabilmente per aver utilizzato quel carboncino maledetto.

Lucrezia, che non sembrava mossa da altra morte, fu invece sopraffatta da questa, della piccola Filomena. Andò al suo funerale e pianse. Pianse tanto, tutte le lacrime che aveva, perché si sentiva in colpa. Pianse sul disegno della bambina e l’ultima lacrima, quella che la prosciugò, tolse la vita anche a lei.

Al suo posto, lì dov’era caduta quell’ultima lacrima, spuntò dall’erba una margherita. Giorno dopo giorno, il prato attorno alla sua lapide e a quella successiva di Lucrezia si riempì di margherite e divenne un luogo di gioia, per chi andava a trovare le due giovani, Lucrezia e Filomena.

@Lampo

Racconti Rubati cap.2 – Willy

Luna si infilò una felpa con cappuccio e cambiò le scarpe da corsa, seduta a terra sull’erba verde del giardino della scuola. Non riusciva a pensare ad altro che a quel libro, nonostante avesse appena vinto la corsa dello scoiattolo che le aveva garantito una bella borsa piena di dolciumi.

Si rigirò fra le mani quel piccolissimo strano volume; era rilegato male, forse perfino a mano, e non pesava più di un bel pacco di raccomandate dal Comune.

«Lù, andiamo tutti a studiare da Lisa, per domani che c’è il compito di matematica, vieni?» chiese Jenny, avvicinandosi di corsa.

«No, Jenny, grazie. Non penso che domani verrò, fingerò un mal di pancia atomico, dopo tutti questi dolci» ridacchiò Luna.

Jenny le porse le mani e l’aiutò a rialzarsi, poi le diede un abbraccio. Era caldo, anche se rapido. Intenso, bello. Luna si rilassò fra le sue braccia e fece un cenno all’amica. Si conoscevano da sempre, a volte a loro non serviva parlare.

E Luna fu veramente grata del fatto che Jenny non avesse proferito parola, se non con quell’abbraccio. Le venne naturale aprirsi.

«Senti, lo so, non è da me. E non penso che domani salterò, verrò a prendere due se non mi passerai tu qualche esercizio. Ma oggi proprio non posso.»

«È per quel libricino? Comincio a preoccuparmi.»

«Non farlo, non preoccuparti. Anzi, facciamo così. Stasera, dopo cena, ti aspetto in camera mia. Voglio parlartene e ci mangiamo schifezze insieme davanti alla TV, che dici?»

Jenny si morse il labbro, poi cominciò a saltellare sul posto.

«Speravo mi chiedessi di condividere questo premio! A stasera allora!»

Luna ridacchiò, salutò e andò in direzione della sponda del lago. Passare ogni volta in quel posto, vedere dov’era stata abbandonata, era sempre stato strano. Poi, perché quel tizio l’aveva presa di mira, rubando racconti e mandandole questa sottospecie di raccolta?

In basso, nella prima pagina del libro, Luna aveva notato per la prima volta una piccola scritta, poco visibile, perché in grigio su bianco. Le chiedeva di leggere un solo racconto al mese e procedere con calma, in quella che sarebbe stata la scoperta dell’autore.

Perché Luna l’aveva capito, questa persona voleva farsi trovare.


Per ora, però, essendo il secondo mese dell’anno, Luna aveva un paio di indizi: questo autore conosceva la sua storia, e conosceva un bambino fifone di nome Kevin. Non le dava molte opportunità di restringere il campo, però non la lasciava nemmeno totalmente fuori dai giochi. Voleva leggere il racconto successivo, era curiosissima, ma decise di andare verso casa di Willy per indagare, e rimandare la tentazione di disobbedire alle regole del gioco.

Superò la dimora di Williamson, che finalmente avevano tolto gli addobbi natalizi, accelerò davanti al negozio di scarpe della signora Poppy, sempre troppo chiacchierona e gentile per i bei momenti di solitudine, e si infilò nella pescheria e annessa trattoria che gestivano lo zio Willy e sua moglie, dove il padre di Luna consegnava il pesce ogni mattina.

Luna amava quell’odore. L’odore del pesce fresco che scompariva per dar spazio alle spezie e all’odore intenso di una bella grigliata di pesce caldo bollente. Respirò a pieni polmoni e fece un sorrione vedendo Camilla, la zia Cami, in cassa nel lato pescheria.

«Zia Cami!!!» le corse incontro e andò ad abbracciarla, non facendosi problemi a girare attorno al bancone per raggiungerla.

«Com’è il Giappone?» le chiese euforica. Non la vedeva da due settimane.


La zia Cami viaggiava spesso. Non avendo figli, Willy la lasciava andare senza problemi continuando ad occuparsi da solo dei locali. Non facevano spesso vacanze insieme, ma Willy diceva sempre che sua moglie era così brava a raccontare le cose che vedeva che gli sembrava di essere sempre in vacanza con lei.

«Tesoro, per i racconti sul Giappone non ti basta il tempo di un pranzo. Ti fermi, vero?» chiese speranzosa, la donna sulla cinquantina.

«Ma certo. Tagliolini allo scoglio, grazie» rise quasi sotto i baffi, perché non conosceva niente di più buono al mondo.

«Però, ho bisogno anche io di parlarti di una cosa, visto che tu sai tutto di tutti qui.»

«Oh, aspetta, devo interromperti cara…» disse la donna prendendola sotto braccio e accompagnandola sul retro, dove apparecchiò privatamente per lei, fra i due locali, dove anche Willy e Cami consumavano i loro pasti.

«È Willy che sa tutto di tutti del posto, io posso saperne di più del resto del mondo.»

Aveva senso, e ragione.

«Ma… c’è Willy oggi?»

«Sta di là in cucina, te lo mando appena riesco. Anche se mi incuriosisci, darò io a lui il cambio, facci tutte le chiacchiere di cui hai bisogno. Spero non sia per problemi di cuore, però, tesoro, Willy non è molto bravo in queste cose. Ho deciso io per lui che con me sarebbe stato felice tutta la vita.»

Zia Cami si dileguò ridendo e Luna tirò fuori dallo zaino quei fogli rilegati male fra loro. Quando, però, Willy le comparve davanti, decise di rimetterlo nello zaino e si alzò per andare ad abbracciarlo. Suo padre era molto legato a Willy, per questo lei lo considerava ormai uno zio. Non voleva preoccuparare nessuno dei due con strani libri, strana corrispondenza di strani mittenti misteriosi.


«Una domandina. Domandona, forse.» si grattò il collo nervosa, cercando di capire come chiederglielo.

«Per San Valentino ho ricevuto un fiore, ma non diceva altro, se non… Kevin. Ma non mi risulta nessun Kevin a scuola. Nessun compagno o professore. C’è un bambino piccolo, forse, che si chiama così? Ne conosci qualcuno in paese?»

Lo sguardo di Willy si scurì, e il suo viso si piegò in una smorfia.

«Purtroppo, l’unico Kevin che conosco era il figlio della signora Poppy, del negozio di scarpe qui accanto. Brutta storia la sua.»

Luna volle sentirla, ma i tagliolini allo scoglio, dopo quel racconto, non ebbero più lo stesso sapore. La ragazza ripercorse la strada a ritroso pensierosa e quella sera cenò col padre, rivivendo il racconto della corsa dello scoiattolo e mangiando con lui un po’ di cioccolata.


Ne avrebbe parlato a Jenny, più tardi, ma in quel momento voleva stare ancora un attimo da sola. Poi ingannò il libro e decise di leggere in anticipo il racconto di marzo, perché era curiosa di sapere se questo l’avrebbe aiutata a restringere il campo della sua ricerca.

Supereroi. Supereroi grassi, magri, bassi.

Erano almeno tre quelli che salvarono me, ma ce n’erano altri quel giorno alla grotta. Avevo sempre visto i supereroi come divertenti, simpatici, pieni di carisma. I supereroi di questa brutta faccenda, però, non erano affatto così. Uno era grasso, uno era magro e uno era basso.

Di quella mattina ricordo poco. La mamma mi aveva fatto un tramezzino al tonno ma non pensava che sarebbe rimasto schiacciato dalla frana nella grotta in quel modo. Alle pareti c’era una specie di protezione anti-frana, ma il muro crollò lo stesso. Ci è caduta in testa così, in un attimo.

A me ha tirato fuori da quel macello un supereroe ciccione, per me prima di fare il supereroe era un commesso del McDonald’s. La mia sorellona dice che non capisco niente, che sono un cretino e che non erano supereroi, e tanto meno ex commessi di fast food. Dice sempre che erano vigili del fuoco, ma io il fuoco mica l’ho visto! Era franata la roccia, mica aveva preso fuoco.


In ogni caso nemmeno i supereroi sono sempre infallibili. Infatti quello basso, che ha salvato la mia compagnuccia Gilda, non è riuscito a salvare Kevin. Quando ci penso ancora mi fa strano. Non viene più a scuola, non mi chiede più un pezzo di tramezzino al tonno da scambiare con un po’ del suo panino alla cotoletta.

Era spaziale il panino alla cotoletta di Kevin, non pensavo che fosse una così brava cuoca la Poppy. Mamma, la settimana scorsa, quando le ho detto che era brava, ha riso e ha detto che si aspettava cuocesse la cotoletta come suole da scarpe, essendo calzolaia. Che battute, mia mamma!

Comunque niente più panino con la cotoletta, e non solo quello. Kevin era gentile, e un po’ grassottello. Amava la cioccolata e me ne regalava sempre una barretta. Diceva che dava energia, che tutti ne abbiamo bisogno per crescere. Credo serva a tutti, anche ai supereroi, anche se Kevin non può più crescere.


Jenny bussò alla porta-finestra della camera di Luna, e l’amica andò ad aprirle. Era senza fiato, senza senso, senza niente. Non c’erano più cioccolata, né panini alla cotoletta. Non sapeva della signora Poppy, si presentava come una donna così solare e chiacchierona.

«Lu, che succede?» chiese l’amica preoccupata.

Luna la strinse forte in un abbraccio, perché a volte la vita è strana e ce lo ricorda.

«Niente. Solo che ti voglio bene, tanto. Spero che tu stia sempre bene.»

@Lampo

Racconti Rubati cap.1 – Il cioccolato e lo scoiattolo

La giornata di Luna era cominciata con una bella tazza di cioccolata calda, cinque biscotti che diventarono dieci e il solito post-it del padre adottivo che ormai veniva spostato sul tavolo all’occorrenza, recitando sempre la stessa frase:
“Sono uscito presto a pescare. Non scordare la merenda, buona giornata, piccola di papà.”

Per essere precisi, era ormai da anni che Luna non portava più a scuola una merenda e legalmente era diventato anche poco lecito chiamarla “piccola”, visto che aveva fatto diciotto anni il mese precedente. In ogni caso, al loro paese, che prolifera lungo la costa di un piccolo ma inquietante laghetto, invece che festeggiare come qualunque persona del mondo il San Valentino e sfondarsi della cioccolata regalata dai pretendenti, si era soliti guadagnarsi la cioccolata da mangiare tramite una strana usanza: la corsa dello scoiattolo.

Proprio per questo Luna infilò una lunga coda pelosa nello zaino prima di uscire di casa. Stava giusto pensando a quanto era stato ridicolo l’anno prima vedere la sua migliore amica in mutande perché Mike, invece che afferrarle la coda finta che spuntava dal suo pantaloncino, l’aveva totalmente spantalonata.

In quel momento, appena prima di lasciarsi la via di casa alle spalle, Luna si accorse che dalla propria cassetta delle lettere semiaperta spuntava un piccolo pacchetto fatto alla ben e meglio con un giornale e uno spago in corda. Suo padre non riceveva posta, non aveva amici oltre lago ed era facile che quella cosa avvolgesse un libro. Decisamente suo padre non era amante della lettura, cosa che non si poteva dire altrimenti di Luna.

Quando la ragazza se lo rigirò fra le mani vide, allacciato alla corda, un piccolo bigliettino con su scritto:
“Buon San Valentino, Luna. Non ti sto regalando una storia d’amore né tanto meno sono uno spasimante. Ma se hai voglia di trovarmi credo sarà comunque altrettanto divertente.”

Il pacco non era stato spedito, ma recapitato a mano nella cassetta. Inquietante, forse. Un pelo, per lo meno. O no? No, non per Luna. Luna sorrise ai quattro venti e cominciò a scartare il tutto molto velocemente, durante il tragitto casa-scuola.

Si fermò in automatico davanti casa di Jenny, la migliore amica, per aspettarla come sempre prima di raggiungere la scuola insieme. Tuttavia, non si accorse di lei nemmeno quando ormai la ragazza stava sbirciando a naso adunco le stesse pagine rilegati a mano che stava fissando lei.

«Che leggi?»

Luna fece un salto sul posto e poi si poggiò la mano e tutto il libro sul cuore, in un sussulto.
«Merda, mi hai fatto prendere un colpo! Uh… comunque guarda, guarda, questo libro parla di me…»

Luna aveva letto solo il prologo, e lo inclinò perché anche Jenny potesse fare lo stesso. Era descritta in modo minuzioso la notte in cui suo padre, giovane pescatore, l’aveva ritrovata lungo le sponde del lago.

«Luna, questo libro non parla di te. Lui parla con te. È…»

«Fichissimo!» si intromise la protagonista.
«Ehm… io stavo per dire inquietante. Mettelo via, dai, sembra quella specie di libro del Principe mezz’orco, che corrompe il solito Henry Porter di cui mi parli sempre.»

«Oddio, Principe mezzosangue, Jenny. Mezzosangue. E si chiama Harry Potter, ti prego. Sono le basi. Andiamo a scuola, va là, o facciamo tardi.»

Luna e Jenny arrivarono a scuola puntuali, ma la ragazza, durante l’intervallo, mentre tutti parlavano eccitati della corsa, si mise in giardino sul muretto della scuola e continuò a leggere quel libro.

Il piccolo Kevin aveva paura del buio. Dormiva con una piccola luce notturna da comodino, sempre accesa, che illuminava da dentro un capibara di plastica. I suoi l’avevano presa quando ancora era un neonato, per allattarlo dal letto senza doversi alzare ad accendere una luce. In ogni caso, ora che il bimbo aveva otto anni, quel capibara, la notte, restava il suo miglior amico. Chiuse gli occhi per provare a dormire e udì subito una voce graffiante e animalesca provenire dalla ciotola dei cioccolatini sul suo comodino.

“Ti mangio…” diceva la voce, facendolo rabbrividire.

“C-chi ha parlato?” balbettò lui.

“Lo sai benissimo chi ha parlato, Kevin.”

Il bimbo si mise a sedere sul letto tirandosi le coperte fino alle labbra.

“Ma la cioccolata non parla…”

Non appena lo disse, una tavoletta di cioccolata cominciata prese vita davanti a lui. Aveva braccia, piccole braccia sottili cioccolatose, e gambe, tozze gambe un po’ squagliate; non aveva collo e testa ma solo una grande bocca e occhi che spuntavano sopra la carta con le indicazioni della marca.

“Ma la cioccolata non parla” gli fece il verso quella… cosa.

Kevin trasalì. Voleva urlare ma gli si fermò l’urlo in gola.

“Ti mangio.” ripeté la tavoletta cominciata, stanca di essere lei quella sempre mangiata.

«Luna?» interruppe la sua lettura Mike, sventolandole in faccia una pettorina con su il numero diciannove.
«Ho preso il tuo numero preferito e prenderò anche la tua coda da scoiattolina.»

Luna sorrise, anche se non aveva alcuna voglia di partecipare a quella corsa.

Lo faceva solo perché era veloce, c’era un premio in cioccolata, era golosa e il padre si era abituato ad avere a tavola, ogni quattordici febbraio, una montagna di cose cioccolatose.

«Aspetta e spera Mike. Mi lasci in pace ora? Vorrei leggere.»

«Oddio, da quando hai diciotto anni e ti hanno detto che sei matura ora ti metti a leggere anche nell’intervallo?»

Luna nemmeno rispose e continuò a farsi catturare dal proprio strano libro.

Dov’era rimasta? Ah sì.

“Ti mangio…” ripeté la tavoletta cominciata, stanca di essere lei quella sempre mangiata.

“Ti mangio tutto!” La tavoletta fece un salto in direzione del bambino, le braccia esili e le gambe tozze cioccolatose. Kevin gridò per l’aggressione e si ritrovò la tavoletta sul viso, aggrappata e graffiante come uno scoiattolo. Gridò forte ancora e si dimenò fino a quando i genitori non irruppero nella stanza e trovarono Kevin con il viso sporco totalmente di cioccolata, dalla bocca ai capelli, in un bagno di sudore.

Non era stato mangiato, ma era stato invece lui a sbranare quella povera barretta a grandi bocconi veraci, nel sonno.

E tu, Luna? Sei solita farti mangiare dagli altri, sovrastare? Dici no difficilmente, fai sempre quello che ti dicono o mi sbaglio? Vorresti essere qui in questo momento? Sei nel posto giusto?

Quella domanda era estremamente complicata. Tornò in classe dopo la fine dell’intervallo, dubbiosa sul da farsi.

Non partecipare alla gara avrebbe fatto questa grande rivoluzione interiore? O sarebbe comunque stato come farsi manipolare da quel libro così come dalla società che imponeva quello strano rituale? Luna ci pensò a lungo ma poi, dopo le lezioni, si infilò la coda da scoiattolo nel dietro dei pantaloni e prese il proprio posto di partenza.

Quella sera, con suo padre, la cioccolata calda sarebbe stata ancora più gustosa.

«Ehi…» sussurrò Luna a Mike, che aveva preso posto accanto a lei.

«Stai attento che ti mangio…»

@Lampo

Racconti Rubati – Prologo

Questo romanzo nasce di notte. Poche stelle nel cielo, a stento una luna stanca fra le nuvole. Lo so, lo sai già, lo sai bene che questa non è la storia che vorresti leggere, ma è certamente la storia di cui hai bisogno.

Quando dormi, sogni. Quando lavori, ti impegni. Mi sembra quasi di conoscerti. Sei la bambina che alle elementari regalava margherite alle compagne, la ragazza che alle medie passava i compiti ai compagni.

Sei nata e cresciuta lungo la sponda del lago, fra la pescheria di Willy e il negozio di scarpe della signora Poppy.

Ed è lì, esattamente lì in mezzo, che tutto è cominciato. Avevi il viso paffuto, avvolta in una coperta spessa, ed era gennaio. Il lago per poco non ghiacciava, il Babbo Natale dei Williamson era ancora arrampicato sul tetto, e Dan, un pescatore, aveva deciso di andare a tentare fortune notturne lungo la riva.

Ogni tanto, come gli aveva insegnato il padre, i pesci si suicidavano, per affaticare meno i pescatori.

Ma quella notte, la notte del 19 gennaio del 1999, Dan aveva trovato altro lungo la riva. Aveva trovato te: ti aveva trovata. Oltre ad avere il viso paffuto, eri in evidente stato di agitazione, dato dal tuo forte istinto di sopravvivenza.

Per quanto tu fossi nata a gennaio, la temperatura del luogo non si sposava molto con la tua incredibile voglia di vivere. Eri fredda, in un cesto di vimini abbandonato a due passi dall’acqua, nella fanghiglia che contraddistingue la nostra costa.

Dan ti prese a casa, ti scaldò, cercò su internet come non uccidere un neonato in poche semplici mosse, e ti tenne con sé.

È per questo che ora vivi una vita meravigliosa, ai limiti dell’assurdo, fra sagre di paese, coetanei innamorati di te e le meravigliose avventure che porta appresso l’anno della maturità. Poi, però, hai trovato questo libro, e hai scoperto che parla di te. Questo ti fa impazzire. Trovami, se ci riesci.

Sono un ladro di racconti e ho appena rubato una grande storia. Anzi, dieci. Trovami, o ne ruberò altre. Sono un ladro di racconti, il migliore. Trovami, come ti trovò quella sera la luna, prima del giovane Dan.

Trovami, come ti trova sempre la più triste delle ipotesi, quando sei in ansia.

E non scordare mai che quello che cerchi, spesso, o lo hai già in tasca, o ti basta alzare il mento per trovarlo: con la sua luce, il suo istinto di sopravvivenza. Ti chiami Luna, giusto?

Trovami, Luna. Non sono necessariamente un incubo.

@Lampo