Jenny e Mike si erano ritrovati a casa di Luna per le venti e trenta. Era la serata di Halloween e Luna aveva cacciato di casa il padre per preparare spaventosi stuzzichini e allestire una serata a con film horror. Ci si era impegnata parecchio. Non vedeva Jenny da tantissimo tempo e voleva che quella serata fosse speciale. Mike aveva promesso di non fare il morboso coccolone e quindi Luna aveva acconsentito ad invitare anche lui. I ragazzi della loro età, giù al porto, avrebbero bruciato una grande strega di cartone, una vecchia usanza cittadina; a Luna, però, non andava. Per Luna, l’horror era bello solo se era scritto su libro o visto in tv, comodamente da sotto le coperte, pronte a proteggerla. Aveva attaccato decorazioni alle pareti della stanza, ora sui toni del nero e dell’arancione.
«Wowowo Luna, ma questa stanza? E questo odorino?» Stava già sbavando, Mike.
«La mia amica pazza!!!» L’abbracciò forte Jenny e rimasero strette a lungo. Erano rimaste in sospeso parecchie cose fra loro, ma con Mike di mezzo non ne avrebbero parlato nemmeno quella sera.
«Ho fatto Hot Dog spaventosi, patatine fritte sanguinanti di ketchup e poi sono piena di caramelle a forma di fantasmi. Il periodo senza studio e lavoro mi sta dando alla testa. Dovrei aprire un’agenzia catering di qualche tipo?»
Mike le diede un dolce bacio sulla guancia e poi tolse le scarpe, per lanciarsi sul divano di Luna, abbellito anche quello per la serata horror, con pipistrelli che vi scendevano sopra dal soffitto.
«Secondo me non sarebbe una terribile carriera, poco ma sicuro» disse Jenny, facendo lo stesso di Mike e prendendo posto. Luna andò a sedersi accanto all’amica, e la strinse forte in un abbraccio di lato.
«Mi sei mancata tanto e dobbiamo raccontarti del ladro di racconti!»
Mike sorrise addentando una patatina e avvicinando il vassoio alle proprie gambe, poi si intromise nel discorso.
«Una volta parlava molto, ora è silenzioso. Riprende le barche, è una specie di artista. Però non abbiamo solo questi indizi. Innanzi tutto sappiamo che ti conosce molto bene, sa che Luna è stata abbandonata, non è una cosa che sanno tutti anche se in paese le voci corrono. Conosce molto bene Kevin, il figlio della signora Poppy, morto tragicamente da bambino in una gita scolastica. Sappiamo poi per certo che ha a che fare con la nostra scuola e con la maturità del 1993.»
Jenny annuì e vide sul comodino l’annuario del ’93. Lo aprì alle ultime pagine, convinta, e afferrò con una mano un hot dog di quelli preparati da Luna, con la pasta sfoglia ad avvolgerli per simulare una mummia.
«Ragazzi, è per forza un insegnante. È palese» Constatò Jenny.
«Nessuno potrebbe rubare questi racconti, altrimenti. Ce n’è uno perfino della maturità! Sono andata dalla prof a chiedere il mio, l’altro giorno. C’è un iter infinito e dolorosissimo per riuscire a recuperare i documenti ufficiali della prova di maturità.»
Luna diede un morso ad una mummia-wurstel e sfogliò le pagine lentamente. C’era una pagina, una soltanto, dove il cuore le batteva a mille. Aveva messo a fuoco più e più volte i volti ma non capiva di chi fosse il viso a tormentarla tanto.
«In ogni caso… Abbiamo aspettato anche troppo per il racconto di Ottobre, è l’ultimo giorno disponibile!» Esclamò Mike.
«Quindi leggiamo il racconto e poi vediamoci questo film trash-horror.»
«Io io io!» Entusiasta Jenny prese il piccolo volume dalle mani di Mike e cominciò a leggere.
«C’era una volta, tanto tempo fa, una casa infestata dai fantasmi. Uuuuh, spe spe, fate atmosfera!»
Luna ridacchiò ma la percorsero dei brividi lungo la schiena, poi spense la luce in camera e accese solo una piccola lampadina sul comodino.
C’era una volta, tanto tempo fa, una casa infestata dai fantasmi.
Fantasmi del passato e fantasmi del futuro, che si incontravano a mezz’aria e brindavano al presente terrificante degli abitanti della casa. I proprietari della villa in questione erano gli Stevenson. Una famiglia triste, noiosa, con vestiti più o meno alla moda, usanza più o meno umili. Ciò che li contraddistingueva, però, era che non credevano ai fantasmi. Non potevano proprio pensarci, no! Non esistevano, nessuno di loro, nemmeno nell’immaginazione. Per questo, proprio loro, ne erano pieni. Le luci si accendevano e si spegnevano a caso, friggendo lampadine. Animali perivano a caso, sedie stridevano sul pavimento e chi più ne ha più ne metta.
Però, loro, nonostante questo, non ci potevano credere. Erano Stevenson, e per gli Stevenson i fantasmi proprio non esistono! Gli anni si susseguirono nella monotonia, con qualche nuora sfortunata e qualche cugino malcapitato, perché nessuno, se di sangue Stevenson, poteva essere perseguitato dai fantasmi. Ma gli altri sì. Parenti acquisiti, fidanzate, nuove compagne non ancora mogli, cugini di secondo grado e amici, talvolta, ogni tanto, quando i fantasmi ne avevano voglia, volavano giù dalle finestre o uscivano semplicemente pazzi. Perché potevano percepirli, vederli, sentirli. Molti di loro raccontarono, successivamente in manicomio, di aver percepito il fantasma passar loro attraverso, come a voler trapassare ogni centimetro della loro carne, e svuotarla dall’interno. Una mattina, in villa, però, successe qualcosa di particolare. Arrivò un parente lontanissimo, un cugino di terzo grado dei figli degli Stevenson di quarta generazione. Era uno Stevenson, se pur così lontano dall’albero genealogico principale, e aveva cinque anni. Lui, i fantasmi, non solo poteva percepirli. Li vedeva proprio. Era il primo fra gli Stevenson a crederci, e fu la condanna per la famiglia. Riuscì abilmente a spiegare agli altri quali cose sovrannaturali stessero capitando perché era un fantasma a compierle, e non semplicemente un caso. Le luci, le tende, tutto. Tutto era logico, spiegato da Stevenson a Stevenson. Per questo fu l’inizio della fine. Gli Stevenson cominciarono a credere e questo li rese vulnerabili, in casa loro. La prima fu la piccola Maggie, entrata nelle cantine senza riguardi, come si entra in doccia senza prepararsi prima l’accappatoio. Fiotti di fantasmi ne mangiarono l’anima dall’interno e il suo corpo rimase là sotto per secoli. Poi fu il momento di Brian, annegato nella piscina inspiegabilmente, essendo un nuotatore professionista. Poi Louis, poi il capofamiglia George e la consorte, poi la piccola Camilla. Solo al cuginetto di terzo grado non capitava mai nulla. Anzi, gli sembrava quasi che i sogni si rasserenavano, ogni volta che ad altri, nella casa, capitava qualcosa di terribile. Gli venne il dubbio che non fosse proprio lui, nella notte, a sperare che quei fantasmi facessero del male ad altri, rendendo più forte lui. Arrivò a compiere dieci, poi quindi anni in quella casa. Poi, ai diciannove, non c’era più nessuno.
La notte di Halloween, buia tetra come ogni anno, dei ragazzini si presentarono alla porta per fare dolcetto o scherzetto e il piccolo cugino di terzo grado ormai cresciuto, Steve Stevenson, aprì loro con un cesto pieno di dolci, e un gruppo di fantasmi inferociti alle spalle.
Ne ebbe l’ulteriore prova. I fantasmi lo seguivano. Forse non erano mai esistiti fino a che lui non avesse deciso della loro esistenza. Gli aveva dato un potere così grande che ora non poteva più sottrarglielo… Oppure sì? Si concentrò con tutte le energie e pensò che i fantasmi non esistessero. “Non esistono, non esistono. Non ci sono, è tutta una diceria” continuò a borbottarsi giorno dopo giorno. E quelli si allontanarono, svanirono lentamente. Ci vollero anni e anni di lavoro emotivo e interiore e poi, quando meno Steve se l’aspettava, una donna entrò nella sua vita, e in quella casa. Non vi era traccia dei fantasmi, e i due cominciarono a ripopolare la famiglia, e la villa. Gli Stevenson ripresero forza e splendore, una famiglia rinomata e viva.
Poi, però… Una finestra sbatte all’improvviso, una sedia si ribaltò.
Forse un colpo d’aria, o forse no.
Bastò un sussurro di Steve.
«I fantasmi…»
E quelli riapparvero. Più numerosi di prima.
E fu, di nuovo, l’inizio della fine.
«Brividini!!»
Rabbrividì Jenny, stringendosi a Luna.
«Mi posso fermare qui a dormire dopo?»
Luna rise e Mike alzò le braccia.
«Io vado a casa, non ci dormo con due che credono ai fantasmi, finirete per uccidermi!»
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