«E degli anni della scuola che ricordi?»
«Io… Boh, quasi niente.»
«Dai, sappiamo che non è possibile, concentrati un attimo. Qualcosa dev’essere successo o non saresti qui.»
Attorno a lui c’era bianco, solo bianco. Lo stavano interrogando da ore, perché aveva fatto quello che aveva fatto. Vetrate scure dietro il detective, da cui non si vedevano gli occhi indiscreti di chi osservava. Era il quarto di loro che tentava di entrare nella sua testa. Forse il primo che ci stava capendo qualcosa.
Dan fece un respiro a pieni polmoni e cominciò a giocherellare con le mani sul tavolo. Sempre bianco. Lui le vedeva sporche anche se erano pulite. Le aveva lavate bene via dal sangue ma in qualche modo lui sentiva che era ancora lì. Sentiva il suo peso, e il suono che faceva. Come un ticchettio di un pendolo, oscillava. Batteva a ritmo.
TIC… una goccia di sangue.
TAC. Un’altra.
«La scuola…» Borbottò in un piccolo brivido e si graffiò il dorso di una mano con l’unghia dell’altra, prima di continuare.
«A scuola c’era la Prof di Filosofia. Era brava lei. Lei mi sapeva ascoltare e mi faceva ragionare e io sono molto intelligente. Sono nel terzo percentile, sapete? Lo sapete?
Disse spostando la testa per guardare dietro il detective le persone che sapeva essere lì anche se non poteva vederle.
«Le prof di filosofia sono sempre stronze» tagliò corto il detective. Aveva una luce bellissima negli occhi. La luce di chi sa che sta scavando la buca giusta.
TIC. TAC.
«Oh si, anche lei era una stronza. Sarebbe stata la prossima.»
Il volto dell’interrogato cambiò e anche il detective modificò espressione. Sentì bussare sul vetro ma alzò una mano per far capire ai colleghi che sapeva quel che stava facendo. Lo sapeva eccome.
Addestrato mai animali pericolosi e in via di estinzione?
Vuoi salvarli, ma possono ucciderti.
«Però ti capiva. Tu, sei nel terzo percentile e lei ti capiva. Ti parlava di Kant di Kierkegaard, vero? Freud? Lui ti piaceva?»
Riprese il discorso per non perdere l’attimo.
«Oh tutti ti piacevano, perché la mente delle persone intelligenti ti affascina. La scuola lo fa, sai? Crea cervelloni, anche in chi pensava di essere solo una capra. E a te piacevano le persone intelligenti. Parlavi con loro a mensa, ti davano un passaggio a casa e studiavate insieme nel pomeriggio, vero?» lo provocò.
Dan si morse il labbro con una tale foga che ne sentì il sapore del sangue immediatamente in bocca. Lui non aveva amici, odiava tutti a scuola. Era troppo intelligente, cresciuto in una famiglia disfunzionalmente assente e odiava la stupidità. Forse era stata anche un po’ colpa di Kant.
«Non facevo quelle cose lì. Avevo un solo amico.»
«La prima vittima, giusto?. Phil. Perché lo hai appeso al lampadario lasciandolo sgocciolare come una candela, Dan?»
Dan fece una faccia corrucciata quando gli mise di fronte quella fotografia.
«Lui, per lo meno, meritava di stare un po’ più in alto. Mi voleva bene, credo. Mi ha accompagnato all’aeroporto quando ho vinto un viaggio studio per via di una cosa strana di Biologia. Non la sto a spiegare a te, non ci perdo tempo. Sei stupido.»
«Non esattamente, Dan, no. Per questo siamo diversi. Tu sei un serial killer e io sono il detective che ti ha fatto confessare sette omicidi.»
«Tu??? Che mi hai fatto confessare tu??
Oh! Sono stato io a parlare, perché volevo parlare, perché ormai avevo finito il lavoro…»
«Ma se hai appena detto che avresti ucciso anche la tua prof di filosofia.
Ma sì, quella stronza. Ok, sì, anche lei, ma non ci avevo pensato all’epoca. Adesso sì, ma prima no, non c’entra!»
Battè le mani sul tavolo alzandosi dalla sedia a fiato corto.
«Una mancanza di giudizio parecchio profonda per chi si dice di essere nel terzo percentile, non trovi? Qualcuno qui deve fare ripetizioni.» lo provocò nuovamente.
«Ehi, ehi, io sono un serial killer, ma stupido no, ok?? Stupido no! La scuola era per stupidi, io sapevo tutto, non aveva niente da insegnarmi. Le insegnanti davano un compito di matematica o fisica? Io li sapevo fare. Non sapevo nemmeno come a volte, ma le formule fanno parte di me. Risolvere le cose fa parte di me, sono stato progettato così. Risolvo o… O… Niente.»
Si mise a camminare per la stanza, le mani legate davanti al bacino, frenetico in ogni piccolo movimento.
Il detective sorrise e fece un piccolo cenno a chi stava di là dalle vetrate. Un qualcosa del tipo che il ragazzo era ormai nel suo pugno.
«Tu, ragazzo, odi la scuola perché è finita. Era il tuo mondo. Ti faceva sentire speciale, potente. Tutti quei voti, tutte quelle cose che dicevano di te ti facevano sentire bene, bello, amato. Anche odiato a volte, sì, ma era parte del gioco.
Miriam, la seconda vittima. Non è stata la prima ragazza che hai provato a baciare?»
Dan venne percorso da un brivido. La rivide morta nella vasca da bagno, con gli occhi spalancati diretti a lui, che finalmente lo guardavano. Vuoti.
«Non odiavo Miriam. Odiavo che amasse Kim, quel coreano del cazzo!»
«La terza vittima?
E che mi dici di lui, eh? Un mediocre a scuola. Uno che non sa la differenza fra tibia e perone e viene bocciato anche alla prova scritta di educazione fisica. Uno che però esce da scuola e ha il suo bel fisico scolpito, il suo sguardo fiero e occhi carismatici. Quel viso così convincente che potrebbe leggere favole per dormire a un sordo. Non è intelligente ma due mesi dopo la fine della scuola, a diciotto anni, ha qualcuno che lo assume in una palestra. Ci sa fare con le ragazze, con la gente, con Miriam.»
Dan annuì.
«E Miriam che si era fatta infinocchiare da uno così: ma ti rendi conto? La mia Miriam. Pensavo fosse più intelligente.»
«Poi c’era Sophie, la cheerleader. Lei una capra incredibile, ma ecco un super contratto da modella, perché era formosa, attraente. Louis. Non sapeva fare due più due ed era diventato influencer da milioni di visualizzazioni. Lucy con la passione per le foto, Cameron con la musica. David con i film a luci rosse.»
«Film li chiami??? Io so usare il cervello, lui solo il pisello e-»
«E lui guadagna più di te, scopa più di te, ed è più amato di te.»
Il detective si fermò, gli fece cenno di risedersi e posò sul tavolo una caramella al limone. Sapeva benissimo che lui odiava quel gusto. Lo vide fare una smorfia.
Però la prese lo stesso, perché era quello che faceva. La gente che odiava lo attirava, e così anche quella caramella. Ne strappò con foga l’involucro e la cacciò in bocca masticandola frenetico.
E si fermò.
Bloccato. Non era al limone.
Era all’anguria. Era dolce, delicata. Non se lo aspettava.
Crollò sulla sedia con le gambe tremanti e si guardò le mani sconfitto, ma anche in estasi.
«È la prima volta che ti capita, vero? Sei convinto di sapere qualcosa, di conoscere qualcosa, e all’improvviso quel qualcosa ti sorprende. Hanno fallito con te, Dan. La tua prof di filosofia invece di dirti quanto eri bravo a venerare la mente brillante di Freud, avrebbe dovuto insegnarti a ragionare e comprendere le menti degli altri. La mia lo fece. siamo tutti diversi, Dan. Per quello non è detto che dietro ad un involucro al limone non ci sia della dolce anguria. Nella vita avresti dovuto studiare gli altri invece che condannarli perché non studiavano. Ci sono tanti tipi di intelligenza e la tua, caro mio… È stata davvero inutilmente sprecata.»
«Ma io, ma… La caramella… Il limone, lo odio, io…»
Le lacrime continuarono a scendere lungo le sue guance.
«Lo so, Dan, lo so.
Non sono mica stupido.»
E così dicendo lasciò la stanza e lo lasciò continuare a piangere.
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