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“Caramelle al limone” di @lampo

«E degli anni della scuola che ricordi?»

«Io… Boh, quasi niente.» 

«Dai, sappiamo che non è possibile, concentrati un attimo. Qualcosa dev’essere successo o non saresti qui.» 

Attorno a lui c’era bianco, solo bianco. Lo stavano interrogando da ore, perché aveva fatto quello che aveva fatto. Vetrate scure dietro il detective, da cui non si vedevano gli occhi indiscreti di chi osservava. Era il quarto di loro che tentava di entrare nella sua testa. Forse il primo che ci stava capendo qualcosa. 

Dan fece un respiro a pieni polmoni e cominciò a giocherellare con le mani sul tavolo. Sempre bianco. Lui le vedeva sporche anche se erano pulite. Le aveva lavate bene via dal sangue ma in qualche modo lui sentiva che era ancora lì. Sentiva il suo peso, e il suono che faceva. Come un ticchettio di un pendolo, oscillava. Batteva a ritmo.

TIC… una goccia di sangue. 

TAC. Un’altra. 

«La scuola…» Borbottò in un piccolo brivido e si graffiò il dorso di una mano con l’unghia dell’altra, prima di continuare.

«A scuola c’era la Prof di Filosofia. Era brava lei. Lei mi sapeva ascoltare e mi faceva ragionare e io sono molto intelligente. Sono nel terzo percentile, sapete? Lo sapete? 

Disse spostando la testa per guardare dietro il detective le persone che sapeva essere lì anche se non poteva vederle. 

«Le prof di filosofia sono sempre stronze» tagliò corto il detective. Aveva una luce bellissima negli occhi. La luce di chi sa che sta scavando la buca giusta. 

TIC. TAC. 

«Oh si, anche lei era una stronza. Sarebbe stata la prossima.»

Il volto dell’interrogato cambiò e anche il detective modificò espressione. Sentì bussare sul vetro ma alzò una mano per far capire ai colleghi che sapeva quel che stava facendo. Lo sapeva eccome. 

Addestrato mai animali pericolosi e in via di estinzione? 

Vuoi salvarli, ma possono ucciderti. 

«Però ti capiva. Tu, sei nel terzo percentile e lei ti capiva. Ti parlava di Kant di Kierkegaard, vero? Freud? Lui ti piaceva?»

Riprese il discorso per non perdere l’attimo. 

«Oh tutti ti piacevano, perché la mente delle persone intelligenti ti affascina. La scuola lo fa, sai? Crea cervelloni, anche in chi pensava di essere solo una capra. E a te piacevano le persone intelligenti. Parlavi con loro a mensa, ti davano un passaggio a casa e studiavate insieme nel pomeriggio, vero?» lo provocò.

Dan si morse il labbro con una tale foga che ne sentì il sapore del sangue immediatamente in bocca. Lui non aveva amici, odiava tutti a scuola. Era troppo intelligente, cresciuto in una famiglia disfunzionalmente assente e odiava la stupidità. Forse era stata anche un po’ colpa di Kant. 

«Non facevo quelle cose lì. Avevo un solo amico.» 

«La prima vittima, giusto?. Phil. Perché lo hai appeso al lampadario lasciandolo sgocciolare come una candela, Dan?» 

Dan fece una faccia corrucciata quando gli mise di fronte quella fotografia.

«Lui, per lo meno, meritava di stare un po’ più in alto. Mi voleva bene, credo. Mi ha accompagnato all’aeroporto quando ho vinto un viaggio studio per via di una cosa strana di Biologia. Non la sto a spiegare a te, non ci perdo tempo. Sei stupido.» 

«Non esattamente, Dan, no. Per questo siamo diversi. Tu sei un serial killer e io sono il detective che ti ha fatto confessare sette omicidi.» 

«Tu??? Che mi hai fatto confessare tu?? 

Oh! Sono stato io a parlare, perché volevo parlare, perché ormai avevo finito il lavoro…» 

«Ma se hai appena detto che avresti ucciso anche la tua prof di filosofia. 

Ma sì, quella stronza. Ok, sì, anche lei, ma non ci avevo pensato all’epoca. Adesso sì, ma prima no, non c’entra!»

Battè le mani sul tavolo alzandosi dalla sedia a fiato corto. 

«Una mancanza di giudizio parecchio profonda per chi si dice di essere nel terzo percentile, non trovi? Qualcuno qui deve fare ripetizioni.» lo provocò nuovamente.

«Ehi, ehi, io sono un serial killer, ma stupido no, ok?? Stupido no! La scuola era per stupidi, io sapevo tutto, non aveva niente da insegnarmi. Le insegnanti davano un compito di matematica o fisica? Io li sapevo fare. Non sapevo nemmeno come a volte, ma le formule fanno parte di me. Risolvere le cose fa parte di me, sono stato progettato così. Risolvo o… O… Niente.» 

Si mise a camminare per la stanza, le mani legate davanti al bacino, frenetico in ogni piccolo movimento.

Il detective sorrise e fece un piccolo cenno a chi stava di là dalle vetrate. Un qualcosa del tipo che il ragazzo era ormai nel suo pugno. 

«Tu, ragazzo, odi la scuola perché è finita. Era il tuo mondo. Ti faceva sentire speciale, potente. Tutti quei voti, tutte quelle cose che dicevano di te ti facevano sentire bene, bello, amato. Anche odiato a volte, sì, ma era parte del gioco. 

Miriam, la seconda vittima. Non è stata la prima ragazza che hai provato a baciare?» 

Dan venne percorso da un brivido. La rivide morta nella vasca da bagno, con gli occhi spalancati diretti a lui, che finalmente lo guardavano. Vuoti.

«Non odiavo Miriam. Odiavo che amasse Kim, quel coreano del cazzo!» 

«La terza vittima? 

E che mi dici di lui, eh? Un mediocre a scuola. Uno che non sa la differenza fra tibia e perone e viene bocciato anche alla prova scritta di educazione fisica. Uno che però esce da scuola e ha il suo bel fisico scolpito, il suo sguardo fiero e occhi carismatici. Quel viso così convincente che potrebbe leggere favole per dormire a un sordo. Non è intelligente ma due mesi dopo la fine della scuola, a diciotto anni, ha qualcuno che lo assume in una palestra. Ci sa fare con le ragazze, con la gente, con Miriam.» 

Dan annuì. 

«E Miriam che si era fatta infinocchiare da uno così: ma ti rendi conto? La mia Miriam. Pensavo fosse più intelligente.»

«Poi c’era Sophie, la cheerleader. Lei una capra incredibile, ma ecco un super contratto da modella, perché era formosa, attraente. Louis. Non sapeva fare due più due ed era diventato influencer da milioni di visualizzazioni. Lucy con la passione per le foto, Cameron con la musica. David con i film a luci rosse.» 

«Film li chiami??? Io so usare il cervello, lui solo il pisello e-»

«E lui guadagna più di te, scopa più di te, ed è più amato di te.» 

Il detective si fermò, gli fece cenno di risedersi e posò sul tavolo una caramella al limone. Sapeva benissimo che lui odiava quel gusto. Lo vide fare una smorfia. 

Però la prese lo stesso, perché era quello che faceva. La gente che odiava lo attirava, e così anche quella caramella. Ne strappò con foga l’involucro e la cacciò in bocca masticandola frenetico. 

E si fermò. 

Bloccato. Non era al limone. 

Era all’anguria. Era dolce, delicata. Non se lo aspettava. 

Crollò sulla sedia con le gambe tremanti e si guardò le mani sconfitto, ma anche in estasi. 

«È la prima volta che ti capita, vero? Sei convinto di sapere qualcosa, di conoscere qualcosa, e all’improvviso quel qualcosa ti sorprende. Hanno fallito con te, Dan. La tua prof di filosofia invece di dirti quanto eri bravo a venerare la mente brillante di Freud, avrebbe dovuto insegnarti a ragionare e comprendere le menti degli altri. La mia lo fece. siamo tutti diversi, Dan. Per quello non è detto che dietro ad un involucro al limone non ci sia della dolce anguria. Nella vita avresti dovuto studiare gli altri invece che condannarli perché non studiavano. Ci sono tanti tipi di intelligenza e la tua, caro mio… È stata davvero inutilmente sprecata.»

«Ma io, ma… La caramella… Il limone, lo odio, io…» 

Le lacrime continuarono a scendere lungo le sue guance. 

«Lo so, Dan, lo so. 

Non sono mica stupido.»

E così dicendo lasciò la stanza e lo lasciò continuare a piangere.

@lampo

“La Fata Nera e lo Spaventapasseri” di @kap

Ennesima pessima idea.

Qualche volta seguire i consigli altrui non è completamente sbagliato. Quell’istinto che generalmente lo guidava come un amico affidabile questa volta gli aveva voltato le spalle e l’aveva fregato!

Si era imbucato in una festa veramente orrenda. Maschi adolescenti bevevano birra a fiumi urlando frasi senza senso, mentre ragazze civettuole facevano gli occhi dolci ai ragazzi più grandi. Seduto in un angolo, Dean cercava rifugio da quell’incessante rumore che osavano definire musica. Non era ancora entrato in quella fase della vita dove diminuisce l’intelletto ed aumenta la popolarità.

L’unica parte divertente era osservare l’originalità con cui si erano mascherati. Non mancava nulla: zombie con trucco sanguinante, mummie di carta igienica e vampiri con denti di plastica.

La festa di Halloween era una tradizione, ma lui non era ancora abbastanza grande per ricevere l’invito. Dopo alcuni anni era riuscito a sgattaiolare dentro, soddisfacendo finalmente la sua curiosità. Curiosità che però fu delusa

Pensava di integrarsi, eppure riceveva solo qualche occhiata, probabilmente per via del suo costume: alcuni stracci cuciti, un vecchio cappello regalato e corde trovate nei campi. Uno spaventapasseri.

La creatività non gli era mai mancata, ma in quella festa sembrava soltanto buffo.

Seduto su un gradino della scala, si sentiva completamente fuori posto.

E fu allora che una voce dolce lo raggiunse.

«Sai… non sembri proprio uno che spaventa.
Sembri più uno che vorrebbe essere abbracciato.»

Una ragazza, troppo bianca per sembrare reale, si era seduta sul suo stesso gradino, invadendone lo spazio vitale.

Dean fece spallucce.

«Ed ecco il premio per la miglior coppia: lo spaventapasseri in cerca di abbracci e il fantasma ricoperto di cerone.»

Un sorriso carico di mille parole illuminò il volto della giovane, mentre nei suoi occhi scuri affiorava una malinconia difficile da ignorare. 

Erano due ragazzi fuori posto. Troppo giovani per quella festa.

«Sono una fata nera! Non si capisce?»

Mentre mostrava il suo abito completamente nero giocava con una ciocca di capelli dello stesso colore che ne esaltava la bianchezza del volto. Con l’altra mano rigirava nervosamente un braccialetto di perline scure, come se fosse l’unico appiglio in quel caos.

«Meglio! Le fate non spaventano… ti portano via! E sono anche dispettose! Usa la bacchetta e trasforma questo disastro in musica decente.»

«Chiedilo al Genio della lampada laggiù.»

Un ragazzo vestito in modo esotico, con uno strano turbante, stava rovesciando più birra di quanta ne riuscisse a bere.

«Ora il bulletto vestito da Jason…»

«…cade» concluse lei.

Come se fosse davvero un incantesimo, il ragazzo con la maschera da hockey inciampò e cadde fragorosamente, strappando risate ai presenti.

Lei gli sfiorò la mano. Qualcosa scattò nel petto di Dean: una scintilla, velata però da un gelo anomalo.

«Continui a guardarti attorno come se questo posto non ti appartenesse.»

«Sto ancora cercando il posto che mi appartiene.»

Una sexy infermiera stava scendendo le scale senza notarli.

«Ehi! Attenta!» urlò Dean, infastidito.

Lei, però, non si curò di nulla. Appena vide un’amica vestita da diavolo, malgrado fosse più simile a un programma notturno che a un costume, sghignazzò, lanciando un’occhiata a Dean.

La musica copriva le parole, ma sembrava lo stesse prendendo in giro: “parli da solo”.

La Fata Nera prese la sua mano e lo trascinò in cima alle scale.

Sembrava conoscere bene la casa: evitava porte da cui filtravano rumori e risate imbarazzanti. Pensieri strani attraversavano la testa del ragazzo. Quando una ragazza ti trascina via a una festa, di solito vuole qualcosa… ma l’istinto continuava a pizzicargli dentro 

La mano di lei era fredda come il ghiaccio e il pallore pareva farsi sempre più intenso.

La Fata Nera aprì con sicurezza una porta e lo condusse in una camera da letto con una grande finestra centrale.

«Non vuoi buttarmi giù, vero?» sogghignò Dean, cercando di mascherare con ironia il leggero timore.

«Osserva meglio!»

Fuori dalla finestra si apriva un piccolo spiazzo del tetto. Dean uscì e guardò la festa dall’alto: ragazzi che si lanciavano oggetti come fossero palloni da football, altri che urlavano, ragazze che civettavano in costumi succinti.

Ma nel momento in cui lei si sedette al suo fianco, tutto sembrò ovattarsi. Le dita correvano ancora a cercare quel braccialetto, come se persino in quel silenzio temesse di scomparire.

Una folata di vento fece volare il cappello di Dean. La mano di lei fu più veloce: lo afferrò al volo. Il cappello svolazzava tra le sue dita, mentre i capelli neri le ricadevano sulle spalle.

Dean lo prese e glielo posò sulla testa.

«Così ti ricorderai di questo sciocco spaventapasseri.»

Restarono così, in silenzio, a osservare le luci lontane e respirare il vento.

Immersi in una bolla osservavano le luci della festa ma tutto sembrava appartenere ad un altro mondo malgrado la distanza non fosse tale da isolarli.
Sembrava un momento eterno ma Dean intuiva che qualcosa stava già scivolando via.
Dean ruppe quell’attimo fragile con una frase che non seppe trattenere.
«Un giorno me ne andrò da qui. Non so ancora come, né dove… ma non resterò fermo. Andrò a cercare il mio posto.»
Lei non lo guardò. Continuò a fissare il cielo come se stesse leggendo un libro scritto tra le stelle.
«Allora sei fortunato» mormorò, quasi a se stessa. «Tu puoi parlare di futuro. Io ho solo sogni.»
Lo disse con un sorriso dolce, ma dietro le parole aleggiava un’ombra sottile. Dean avvertì di nuovo quel gelo inspiegabile, come se l’aria si fosse fatta più leggera, pronta a portarla via.
Istintivamente si sporse verso di lei.
«E quali sono i tuoi sogni?»
La ragazza si voltò di scatto, i capelli scuri mossi dal vento e il cappello troppo grande che le scivolava sulla fronte.
«Quelli che non si avvereranno mai.»
E tacque.
Rimasero così, sospesi, senza più bisogno di parole. Il rumore della festa sembrava ormai appartenere a un altro mondo, lontanissimo.

Dal corridoio arrivarono passi, poi una voce fin troppo familiare: «Oh, ma quello è Dean?».
Gli si gelò lo stomaco. Era Luke, l’amico di sua sorella: se lo avesse visto lì, la notizia avrebbe fatto il giro del quartiere prima dell’alba.

La Fata Nera lo fissò, e nei suoi occhi passò un’ombra d’allarme. «Non farti vedere» sussurrò.

Dean accennò un inchino goffo. «Vuoi vedere come vola uno spaventapasseri?»
Posò un piede sul bordo del tetto e si lasciò cadere. Atterrò sull’erba umida con un tonfo sordo, ruzzolò per un attimo e poi si raddrizzò di scatto, allargando le braccia come se fosse tutto previsto.

«Non male, eh?» gridò, guardando verso l’alto.

Ma quando cercò i suoi occhi, la finestra era vuota. Le tende tremavano nel vento. Di lei, nessuna traccia. Solo il silenzio sospeso che segue gli incantesimi quando finiscono.

Malgrado l’autunno, il sole del mattino filtrava dalla finestra che aveva scordato aperta la notte prima. Fortunatamente nessuno l’aveva visto rientrare come un ninja. O perlomeno, era quello che credeva.

Mentre lentamente si svegliava, una figura sembrò seduta sul davanzale. Non riusciva a metterla a fuoco, quasi fosse persa in un sogno. Poi si riscosse di colpo: le urla della sorella lo stavano già rimproverando.

Pronto ad altri guai, scese le scale.
«Ma sei scemo? Quella non era una festa qualsiasi! È la casa di Evelyn… lo sanno tutti qui. Ci è morta dentro, tanti anni fa. E tu ci vai a bighellonare? Vuoi proprio farti cacciare dai vicini?»
Il tono era a metà tra il rimprovero e la paura non detta. Dean abbassò lo sguardo, fingendo di non aver sentito. Ma quel nome gli restò addosso come un graffio.

Quando tornò in camera, si accorse che qualcosa era stato lasciato sul suo letto.

Il suo cappello.
Una scritta con pennarello nero:Evelyn.

Accanto al cappello c’era un filo spezzato di perline nere

Il giorno dopo, a scuola, Dean fissava la finestra della classe più che il libro di storia aperto davanti a sé.
Il sole batteva sui vetri e, per un istante, gli parve che la luce disegnasse la sagoma di un volto. Non ebbe paura: sorrise.
Un compagno gli diede una pacca sulla spalla.
«Ehi, dormiglione. A che pensi?»
Dean abbassò lo sguardo sul quaderno e, senza pensarci, scarabocchiò un cappello sgualcito con una piuma storta.
«A niente», rispose, mentre un sorrisetto ironico gli piegava le labbra.
Dentro, invece, sapeva benissimo a cosa.

Quando tornò a casa, trovò il cappello appoggiato sul letto allo stesso angolo del mattino precedente. Lo prese tra le mani e se lo calcò in testa, piegandolo come faceva sempre.
Si guardò allo specchio.
«Ti ricorderò, Fata Nera», mormorò con voce quasi teatrale, e rise da solo.
Era una risata strana: malinconica e felice allo stesso tempo. Una di quelle che scaldano, anche se lasciano un’ombra sul cuore.

@kap, “Il ragazzo tra le crepe del mondo”

“Spøkelset” di @heksa

Ciao a tutti, mi presento. Sono Erik Berger, e voglio raccontarvi la mia storia. Anche se potreste pensare che sia solo una storia come tante, beh, lasciate almeno che provi a farvi cambiare idea.

Potrebbe avere un finale che non vi aspettereste mai.

Provare per credere, no?

Tutto inizia con una vecchia discoteca abbandonata chiamata “Spøkelset” (ce l’ho fatta? Ho già catturato la vostra attenzione? No? Ok, ci riproverò).

Ah se volete sapere cosa significa, beh, credo che dovrete fare un po’ di ricerca amici miei, ma lasciate almeno che vi dia un indizio, ok? È norvegese, proprio come me.

Per la scelta del nome invece, beh, credo dovrete aspettare (magari adesso vi ho convinti a leggere fino alla fine. No? Ok…)

Quella discoteca è sempre stata un luogo conosciuto da tutti, ma nel quale nessuno osava entrare. La gente ha sempre creduto che fosse infestata, ma per me, e per i miei amici, Magne (ma non ditegli che l’ho chiamato così, non lo sopporta in pubblico, preferisce il suo nome di battesimo, Magnus, dice che Magne è da femmina), Anj (lei si chiama Anja ma è una ragazza, quindi non ha problemi con i nomignoli in pubblico), e Cille (Cecilie di nascita, Cille per scelta, più nostra che sua) era solo un posto pieno di ricordi. 

I muri erano decorati con graffiti colorati, e il pavimento coperto di polvere e ricordini di notti passate a fare baldoria. La musica che un tempo riempiva l’aria sembrava ancora risuonare da qualche parte. Addirittura sembrava di veder ballare qualcuno in fondo alla sala. 

Abbiamo quindi deciso di non arrenderci con lei, e di riadattarla a una discoteca silenziosa, sapete no? Vanno di moda adesso, quelle dove ognuno di noi indossa cuffie wireless e balla al ritmo di brani che solo noi possiamo sentire. 

Avevamo appena trovato un modo per rivivere il passato, ma anche per creare nuovi legami.

Magne, pronto a scherzare sopra ogni cosa, ha sempre avuto un gran talento per farci ridere anche nei momenti più bui. Anj, uno spirito libero, ci ha portato ad esplorare ogni angolo di Oslo, mentre Cille… ah, Cille. Con lei, ogni sguardo è sempre stato un linguaggio a sé stante. Non so spiegarvi cosa fosse (ne l’ho mai saputo spiegare a lei, quindi, per favore, se la vedete, acqua in bocca!), ma c’era una connessione speciale, come se fossimo già stati insieme da qualche parte, in un modo tutto nostro che trascendeva le parole.

Abbiamo passato un sacco di serate a ballare, ridere e raccontarci storie. La discoteca ben presto è diventata il nostro rifugio, un posto dove poterci sentire vivi e invincibili. Ma, come tutte le cose belle, anche questo momento è arrivato alla sua fine.

Una notte, mentre stavamo ballando, ho sentito un brivido attraversarmi. La musica si è fermata di colpo, e tutto è diventato silenzioso. 

I miei amici mi hanno guardato, ma non c’è stato più niente che potessi fare. 

Per la prima volta ho potuto vedere il buio, sentire il buio, e poi tutto è diventato più leggero.

Pensavo fosse tutto finito lì.

E invece…

Mi sono riacceso, subito mi sono reso conto che ero ancora lì, ma qualcosa era cambiato. Ma cosa? Non mi rendevo conto.

Perché i miei amici continuavano a ballare, come se nemmeno se ne fossero accorti? 

Non l’avete capito nemmeno voi vero?

Per i più curiosi che hanno già cercato il significato del nome della discoteca, bravi, vi considero già miei amici.

Spøkelset, il fantasma.

Sono io.

Era il mio soprannome già da prima che morissi, e mi dispiace di non averlo detto subito quando ho presentato anche i miei amici, ma non volevo rovinare tutto ancor prima di cominciare, poi vi avevo anche promesso un finale per cui ne valesse la pena.

Mi dispiace di aver mentito, ricordate la persona che sembrava di veder ballare in fondo alla discoteca? Ero io.

La discoteca era stata abbandonata dai miei genitori dopo la mia morte improvvisa, e proprio mentre mi divertivo con i miei amici. I ricordi, i graffiti sui muri, ancora una volta ero io, erano ricordi che i miei amici avevano con me, notti di baldoria passate con me, graffiti realizzati insieme a me.

Non ho mai riaperto la discoteca perché non ci sono più, ma ho degli amici fantastici, si sono occupati loro di tutti, e si occupano ancora persino di me. 

Ora, posso vederli e sentire i loro battiti, il loro amore e la loro gioia. Posso ascoltare le risate e le canzoni che avevamo condiviso.

Anche se non posso più ballare con loro, sono sempre presente, un’ombra che danza nei loro ricordi. Ogni volta che Anj ride, ogni volta che Magne racconta una barzelletta (o anche solo ballare, perché gli riesce così male che fa ridere comunque, ed io rido, a squarciagola, tutte le volte), ogni volta che Cille guarda verso la console in cerca di qualcuno (e lei continua a vederlo quel qualcuno lì, come  in loop, come se non se ne fosse andato mai, come se fosse quello e soltanto quello il suo posto, come se al di fuori di quell’angolo di luce stroboscopica Erik non fosse mai neppure esistito. Un fantasma. Io), io sono lì, a vivere quei momenti con loro.

Perché mi hanno sempre chiamato Fantasma? Perché sembravo un’anima in pena, talmente attaccato ai miei amici, che ho sempre cercato di rimanere nella loro vita anche quando non ci credevo più, dopo sfuriate reciproche ad esempio, perché non è stato sempre tutto rose e fiori, o dopo che Magne si era allontanato dal gruppo per provare nuove compagnie, o ancora dopo che Anj e Cille avevano litigato per un ragazzo (che ahimè, purtroppo non ero io), dopo tutto questo ho sempre cercato di riaverli indietro, tutti, di stare insieme, tutti.

E ci sono riuscito anche quell’ultima volta, per il nostro ultimo ballo.

Da fantasma di nome a fantasma di fatto, in un semplice passaggio: morire.

(Wiki-how scommetto che non avrebbe saputo renderla più semplice questa. Sorry not sorry wiki, ma i morti sono come i clienti, hanno sempre ragione).

Io però sono un fantasma speciale, invece di attraversare i muri come nei racconti dell’orrore, io attraversavo i loro cuori delle persone che mi hanno sempre amato.

(Dunque, che vi avevo detto? Finale a sorpresa! Ah mi dispiace se ci siete rimasti male, ma io esisto ancora eh, non temete, domandatelo a Magne, Anj o Cille, vivo ancora con loro, dentro di loro. Per sempre.)

Quindi, caro lettore, ricorda: a volte i legami che creiamo non si spezzano mai, anche oltre il confine della vita. Io sono Erik Berger, il fantasma che vive nei cuori di chi ama. La mia storia continua, e spero che anche la tua possa farlo.

@heksa

“Luke e Lara” di @lampo

In alcuni videogiochi camminano accanto a noi, i fantasmi. In alcuni momenti li vediamo, ci passiamo attraverso, fanno male. Lasciano quel brivido freddo che percorre la schiena, quella sensazione di sbagliato sotto le unghie, che fa male scavare via. 

Luke, però, non era in un videogioco; quella era la vita vera, e si era svegliato anche quel mattino con le gambe paralizzate. Si stava divertendo, quel giorno alla festa a casa di Margaret, prima di lanciarsi dal balcone nella piscina totalmente vuota dell’amica. Complice una birra di troppo, aveva, in questo modo, detto addio a tutto ciò che conosceva come vita. E ora gli camminava accanto, questo passato perduto, mentre lui nemmeno si ricordava com’era camminare.

Perché si cammina, a diciassette anni, non si fa caso al fatto che sia un dono poterlo fare. 

Luke, prima del suo incidente, aveva sempre avuto qualcuno a battergli il cinque, lungo i corridoi. Ormai invece, li percorreva da solo, spingendo la sua sedia a rotelle, con la compagnia dei suoi fantasmi. I vecchi amici che gli stringevano la mano e gli facevano i complimenti per la squadra di basket gli passavano davanti agli occhi, in consistenza fugace, spiritica, semi trasparente. Il basket. Perfino il basket era diventato una miriade di fantasmi in pantaloncini e canotta che gli vorticavano attorno. Luke percorse il corridoio fino alla palestra e poi, aiutato dalla rampa, andò al centro del campo. Il fantasma di sé stesso, alto uno e novanta, andò a schiacciare nel canestro davanti a lui ed esultò guardando la sua ragazza fra le cheer leaders. Il fantasma di Lara, invece, la vicina di casa, gli sorrise dolcemente, dietro di lei. Non se l’era mai filata, Lara. Aveva gli occhiali, le lentiggini, l’apparecchio. Anche se non se la filava da tempo, da bambini loro erano migliori amici. Ma poi lui era diventato il re del basket, il ragazzo più popolare, il più figo. 

Il re del basket, il più figo. Puff. Scomparsi. Fantasmi all’improvviso. Ombre di una vita che non riusciva a vedere come tale.

Sentì alle spalle dei passi di ballerine sul parquet del campo e si voltò con tutta la sedia a rotelle per mettere a fuoco chi le indossava. Era Lara? Sì, era proprio lei. Che ci faceva lì? Non era il suo fantasma del passato, quella volta, era realmente lì. Con le ballerine più terribili che avesse mai visto indossare e una treccia imbarazzante. Aveva il pallone da basket sotto braccio, ma poi non tardò a lanciarglielo dritto in faccia. Luke lo afferrò velocemente. Uno dei tanti fantasmi svanì.

“Ciao chicco, ti sei deciso finalmente?” lo chiamava così da bambino, ma non era una cosa piacevole per Luke.

“A fare cosa? Che intendi?” chiese lui sorpreso.

“A venire qui. Pensavo ci mettessi meno tempo, invece sono passati più di sei mesi.”

“Non capisco” fece lui davvero confuso.

“Che c’è da capire? Tira.”

Luke guardò il tabellone, da così in basso era difficile, era tutta una traiettoria diversa.

“Tu non ne hai idea, è super difficile, da qua io..”

“Bla bla bla anche quando giocavi a cinque anni eri un disco rotto di alibi, ma io ti ho comunque sempre massacrato nell’uno contro uno. È per questo che sei diventato forte.” Luke deglutì, rivangare quel ricordo era doloroso, un colpo basso. Un altro fantasma gli sfrecciò accanto, e lo sfiorò, facendogli rizzare i peli sulle braccia. Era da mesi che ormai li vedeva. Non sapeva più come liberarsene.

“Allora?”

Luke tirò, con la rabbia in corpo, e fece canestro.

“Vedi? Puoi riuscirci ancora! Ci sono tante squadre di ragazzi disabili che-“

“Tu non capisci!” la aggredì lui avvicinandosi con la sedia e afferrandole la mano. Lara rimase ferma, e fece un mezzo sorrisetto col proprio apparecchio ad elastici verdi, anch’esso una scelta molto discutibile.

“Luke, io posso anche non capire come ti senti, ma capisco quello che vedi. Ti stai aggrappando al passato per trastullarti il presente. E lo capisco, è concepibile, ma ti hanno tolto le gambe e non la vita. Non sei morto, Luke. E grazie al cielo. Sei qui, sei con noi e puoi ancora essere qualcuno. Qualcuno di diverso da quello che avevi pensato fino a cinque mesi fa, ma qualcuno. Lascia andare i fantasmi del passato. Se rimpiangi la sciacquetta che ti ha lasciato, lo sport che non puoi praticare in piedi, gli amici che stentano a guardarti… Rimpiangi cose false. Non vedi quelle che restano ancora!”

Luke stava piangendo a quel punto, e anche Lara. 

Lui allentò la presa e le lasciò la mano per asciugarsi gli occhi.

“Ho perso tutto, Lara. Non ho più niente. E tutto quello che ho perso una strana maledizione continua a farmelo vedere davanti agli occhi. Tutto. Tutto quanto.”

Lara si sedette di lato sulle sue gambe e gli diede un bacio fra i capelli, stringendolo come riuscì in un dolce abbraccio. Era un metro e cinquanta di dolcezza, e non pensava che un giorno avrebbe avuto l’opportunità di riguardarlo negli occhi, il suo ragazzone di un metro e novanta.  Era innamorata pazza di lui ma sapeva che non sarebbe mai successo nulla fra loro, perché lei meritava di meglio, lui era un bambinone ingenuo.

“Vedevi le cose sbagliate, e le vedi ancora. Non mi hai mai vista. Sono la tua migliore amica da sempre, viviamo vicini ma non ti accorgi di me, né come amica né altro. Non vedi che fuori c’è ancora il sole? Non vedi che puoi giocare a basket anche se non è il basket a cui sei abituato? Non si è fermato il tempo, Luke, e non si è fermato nemmeno il tuo cuore. Riparti. Riparti dalle cose vere.”

Luke continuò a piangere. Non ripartì quel giorno, e nemmeno quello successivo. Ma giorno dopo giorno i fantasmi del suo passato si affievolirono e poi svanirono, ad uno ad uno, e Luke cominciò a vedersi nel presente e a sperare nuovamente in un futuro. Il sole fuori c’era, e anche Lara. Che, col suo apparecchio ridicolo, c’era sempre stata, anche se non l’aveva mai vista.

“Ehi Luke, dopo scuola vieni da me per i compiti?” gli chiese lei in un giorno particolarmente soleggiato. Lui fece no con la testa.

“No, chicca, oggi non posso. Vado a basket.” 

@lampo

“Cece” di @arya

Erano le cinque del pomeriggio quando Teo, come era solito fare dal giorno dall’incidente, si recava al cimitero a fare visita a una delle sue più care amiche.
Dopo aver appoggiato un fiore bianco a piedi della lapide, sospirò sedendosi di fronte a gambe incrociate. 

<< Ciao Cece >> la salutò come se lei potesse rispondergli << Mi manchi da morire, sai? Io non…>> le parole gli si bloccarono in gola. Gli occhi iniziarono ad inumidirsi; nonostante fosse passato esattamente un anno da quella fatidica sera, il ragazzo non si era ancora abituato alla sua mancanza.

<< Non c’è momento in cui non penso a te. Sei nei miei pensieri la mattina, quando mi sveglio, la sera prima di addormentarmi. Ti sogno tutte le notti >> Teo perse un piccolo sorriso malinconico << Questo lo facevo anche prima però. E credo che tu te ne fossi accorta da tempo, nonostante io non ti abbia mai detto nulla>>.

Il ragazzo strappò un sottile filo d’erba e iniziò a giocarci con le mani, continuando a parlare con la propria amica come se lei fosse lì con lui. 

<< Ho trovato un lavoro, sai? Nel weekend faccio la maschera al cinema. È una figata, posso vedermi tutti i film gratis, anche quelli più strani che tu adoravi, ma che a me facevano russare tutto il tempo >> Teo alzò gli occhi sulla foto attaccata alla lapide e ridacchiò leggermente, in ricordo dei vecchi tempi << Avevi ragione, non erano poi così male. L’ultima volta ho russato solo verso la fine del film. Comunque, so che non è molto ma sto iniziando a mettere da parte un po’ di soldi. Vorrei riuscire ad aprire il nostro caffè letterario >> il ragazzo sorrise, immaginandosi la faccia dell’amica << So che lavorando solo sei ore a settimana mi ci vorrà un’infinità ma…è un inizio, no? >>.

Teo si sentì sfiorare la spalla, una mano gliela accarezzò dolcemente e qualcuno si sedette vicino a lui << Puntuale come un orologio svizzero eh >> la ragazza sorrise e lui ricambiò, guardandola << E tu ritardataria come sempre >>.

<< C’era traffico >> ridacchiò Alice << Non hai perso l’abitudine, T >> gli sorride dolcemente accarezzandogli i capelli << Nemmeno dopo un anno >>.

<< Come potrei >> gli rispose mentre i suoi occhi color nocciola rimanevano fissi sulla fotografia di Cece << È colpa mia se è successo quello che è successo >> ammise dopo essere rimasto in silenzio per una manciata di secondi.

<< Non ricominciamo >> Alice lo rimproverò. Conosceva Teo da molto tempo e sapeva quanto stesse soffrendo per quello che era accaduto, ma sapeva anche che non ne aveva colpa e che sarebbe potuto succede a chiunque. 

<< E-ero io alla guida quella sera >> cominciò a raccontare tra in singhiozzi << H-ho insistito io per andare a quella festa, se n-non lo avessi fatto adesso sare- >> Alice lo abbracciò.

<< Basta Teo >> gli sussurrò tenendolo stretto << Quel motorino ti ha tagliato la strada, è stato un incidente. Sarebbe potuto succedere a chiunque >> Teo iniziò a calmarsi tra le braccia della ragazza. 

<< Devi smetterla di vivere con questo senso di colpa >> si allontanò leggermente per guardarlo negli occhi << Lo so che è difficile e che è stato un periodo orribile… Lo è stato per tutti >> Teo ricambiò il suo sguardo, con gli occhi lucidi << Ma nulla può cambiare quello che è successo quella sera. E tu devi andare avanti… >>

<< Non posso dimenticare >> Teo ricominciò a piangere, ma questa volta silenziosamente.

<< E non devi farlo >> Alice gli sorrise, asciugandogli le lacrime con il pollice << I ricordi devono essere la tua forza. Devi portarli sempre con te, qui dentro >> e gli portò una mano sul cuore.

Teo le prese la mano e gliela strinse dolcemente, guardando malinconico la foto di Cece << C-come hai fatto a superarlo? >>

Alice sorrise appena, guardando anche lei la fotografia appesa alla lapide << Lo sai che sono sempre stata io quella forte tra noi due >> Teo ridacchiò spostando lo sguardo su di lei. Alice era così: sapeva strapparti un sorriso anche nei momenti più bui. 

<< Senti T, io ora devo andare. È quasi sera >> annunciò dispiaciuta, alzandosi da terra. Teo fece lo stesso, sospirando appena e lei si avvicinò << Supereremo anche questa, insieme. Io e te, come ai vecchi tempi, okay? >> Teo annuì sorridendo leggermente.

Alice gli si avvicinò e, lentamente, lo salutò con un delicato bacio a stampo. Poi si girò e cominciò a camminare verso l’uscita del cimitero.

<< Cece >> Teo la chiamò e lei si voltò << Domani alla stessa ora? >>

<< Lo sai che non sono puntuale…Ma non mancherò >> gli promise Alice facendogli l’occhiolino.

Teo la guardò svanire nel nulla, poi si girò verso la lapide e guardò la fotografia << A domani, Cece >> la salutò prima di dirigersi anche lui verso l’uscita.

@arya